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Patent box, bonus ad ampio raggio

Il regime del patent box si applica ai licenziatari delle opere di ingegno, e per una serie più che variegata di “intangibles”. Tra questi: invenzioni brevettate e non, know-how, design, software, modelli e marchi commerciali (questi ultimi esclusi, invece, nella maggior parte dei Paesi esteri che si sono dotati di regimi analoghi).
Il decreto attuativo – in uscita in «Gazzetta Ufficiale» – della legge introduttiva dell’istituto (legge di stabilità, n. 190/2014, commi da 37 a 45) e la relazione illustrativa hanno definitivamente chiarito molti aspetti, tra cui il fatto che l’agevolazione può essere fruita non solo dai titolari del diritto Ip («Intellectual Property»), ma anche dai licenziatari, in caso di utilizzo diretto o sublicenza. Questa circostanza fa rientrare nella misura anche quei soggetti che detengono Ip all’estero, anche se le modalità di calcolo (si vedano l’articolo e la grafica in pagina) dimostrano, visto che occorre nettare i canoni pagati dalla quota di reddito agevolabile, che l’agevolazione sarà inferiore a quella dei proprietari (quindi potrà comunque essere valutata la convenienza di un rimpatrio dell’Ip). In ogni caso tale apertura consente l’accesso alla misura, tra l’altro, anche alle grandi imprese multinazionali che detengono Ip all’estero e hanno in Italia strutture commerciali e di vendita che lo sfruttano tramite contratti di licenza.
Altra specificità dell’Ip box italiano è l’estensione a praticamente tutta la proprietà intellettuale dei soggetti residenti, a prescindere dalla forma giuridica, dalle dimensioni e dal regime contabile, e anche dei non residenti con stabile organizzazione. Il legislatore ha adottato un approccio diverso da quelli di altri Paesi europei, che hanno limitato la misura ai redditi da brevetto (Gran Bretagna e Belgio) o al più l’hanno estesa ai diritti di proprietà intellettuale a contenuto tecnologico anche non brevettati (Francia, Paesi Bassi, quest’ultimo con un regime molto rigido di autocertificazione circa il carattere innovativo dell’invenzione oggetto di beneficio fiscale) e solo in pochissimi casi hanno incluso i marchi (Lussemburgo e Ungheria).
La relazione illustrativa la ritiene una scelta obbligata. Considerata la presenza di sistemi di patent box consolidati anche più convenienti dal punto di vista del trattamento fiscale degli “intangibles”, l’unico modo per rendere il patent box italiano attraente per gli operatori era di farne un Ip Box, cioè di allargare l’ambito dei diritti Ip agevolabili. Quindi via libera all’inclusione di tutti i marchi commerciali e dell’industrial design. Un passo indietro del decreto (che peraltro sembra andare contro la previsione della norma primaria) si deve registrare sul fronte delle opere dell’ingegno. Invocando le best practices Ocse, il decreto ne limita l’applicazione al software.
Sempre il decreto attuativo specifica poi che della misura possono beneficiare i brevetti e i marchi concessi o in corso di concessione (così escludendo i marchi non registrati), mentre analoga limitazione non è stata prevista per l’industrial design, che può accedere alla misura in quanto giuridicamente tutelabile, e quindi anche ove non registrato (e ciò verosimilmente per consentire l’accesso alle creazioni della moda che tipicamente non sono oggetto di registrazione).
Infine il decreto attuativo ha confermato che possono avere accesso alla misura le esperienze aziendali tecnicoindustriali e commerciali incluse quelle gestite in regime di segreto, il che amplia ancora l’ambito di applicazione dell’Ip Box soprattutto con riferimento alle piccole e medie imprese che però – se vorranno utilizzare la misura – saranno costrette a mettere ordine nella gestione anche contabile del proprio know-how.

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