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Patent box anche senza il ruling

La detassazione del patent box spetta anche senza l’attivazione della procedura di ruling internazionale nel caso di redditi realizzati in operazioni infragruppo. È una delle modifiche introdotte dal Dl «Investment compact» approvato martedì dal Conglio dei ministri. La modifica introdotta all’agevolazione ora prevede non più un obbligo, ma una semplice facoltà di determinare i redditi agevolabili derivanti da operazioni intercompany sulla base di un accordo conforme a quanto previsto dal ruling internazionale (articolo 8 del Dl 269/2003).
La facoltà di determinare i redditi infragruppo sulla base di una procedura di ruling internazionale (o meglio di una procedura «conforme») riguarda tanto i redditi derivanti dalla concessione in uso degli asset agevolati che le plusvalenze derivanti dalla cessione dei beni. Resta invece fermo l’obbligo di intraprendere la procedura di ruling per determinare il «contributo economico» dei beni agevolabili alla produzione del reddito complessivo, in caso di utilizzo diretto dei beni stessi
L’introduzione del ruling facoltativo per le operazioni infragruppo comporta quindi un’estensione della disciplina del ruling internazionale – finora riservata alle operazioni con società del gruppo non residenti, soggette alla disciplina del transfer pricing – anche alle operazioni con controparti residenti in Italia. Tale estensione può essere implicitamente letta come possibilità per l’amministrazione finanziaria di rettificare il reddito derivante da operazioni intercompany tra società che beneficiano del patent box e società a tassazione ordinaria, qualora le transazioni non avvengano a valore di mercato (in base ai principi giurisprudenziali e di prassi sul transfer pricing interno).
Resta quindi ferma la possibilità di detassare i redditi intercompany senza accordi preventivi con l’amministrazione finanziaria, ma in tal caso il contribuente si esporrebbe al rischio di contestazioni sulla congruità dei prezzi applicati, analogamente a quanto avviene nelle transazioni con consociate non residenti.
L’ampliamento
Altra modifica di rilievo riguarda l’estensione del beneficio a tutti i marchi, anche quelli meramente commerciali. La spettanza dell’agevolazione resta tuttavia condizionata allo svolgimento di attività di ricerca e sviluppo sui beni immateriali: circostanza che di fatto massimizza il beneficio per i marchi (ma lo stesso valeper i brevetti e gli altri asset agevolabili) frutto di attività di ricerca e sviluppo realizzata internamente oppure attraverso università ed enti assimilati. A tal proposito il decreto estende la rilevanza della attività di ricerca e sviluppo a quelle eseguita tramite soggetti «non qualificati», purché non appartenenti al gruppo.
Il calcolo
Un ulteriore intervento correttivo finalizzato a potenziare il beneficio riguarda la determinazione del reddito su cui applicare la detassazione a regime del 50% (percentuale ridotta al 30% per il 2015 e 40% per il 2016).
Il meccanismo dell’agevolazione presuppone infatti che il reddito agevolabile cui applicare la detassazione del 50% non riguardi l’intero reddito derivante dall’utilizzo (o cessione) dei beni immateriali, ma solo la parte di esso che abbia un “nesso” con attività di ricerca e sviluppo (il cosiddetto nexus approach dell’Ocse).
Il testo originario prevedeva che il reddito agevolabile andasse determinato in base al rapporto tra spese di ricerca sostenute per la manutenzione e lo sviluppo del bene e i costi complessivi sostenuti per produrre tale bene; al denominatore vanno quindi compresi i costi di acquisto e gli addebiti da altre società del gruppo. Ora si stabilisce che l’importo al numeratore del rapporto può essere incrementato dei costi sostenuti per l’acquisizione del bene o per attività di R&S effettuate da società del gruppo, ma fino a concorrenza del trenta per cento delle spese «pienamente ammissibili» (spese di ricerca interna o presso terzi).

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