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Il patent box al raddoppio

Doppia corsia per il patent box, lo strumento introdotto dal 2015 con lo scopo di agevolare l’utilizzo imprenditoriale di opere dell’ingegno, da brevetti industriali, da disegni e modelli, nonché da processi, formule e informazioni relativi a esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili. Lo sgravio fiscale, inizialmente previsto anche a favore dei marchi, agevola i redditi prodotti utilizzando questi beni immateriali, con l’obiettivo generale di attrarre beni intangibili sul territorio nazionale e di mantenere quelli già presenti, impedendone la fuga all’estero. Fino al decreto legge «Crescita», l’unico modo per agevolare l’utilizzo diretti dei beni immateriale era quello di avviare una procedura di ruling con l’Agenzia delle entrate per giungere alla firma di un accordo che autorizzasse l’utilizzo di un metodo di calcolo contrattato tra le parti. Tale aspetto ha sin dall’inizio costituito l’ostacolo più faticoso da superare, determinando il dilungarsi della procedura di ruling e dei relativi costi per le imprese e per l’amministrazione, questo soprattutto a danno delle imprese di minori dimensioni.

Dopo qualche anno dall’entrata in operatività, l’Agenzia delle entrate ha affinato le metodologie, potendo peraltro giungere alla definizione di alcuni standard da applicare che snellissero la procedura di ruling. È grazie a questo sforzo che il decreto legge «Crescita» ha potuto normare la procedura autodichiarata di accesso al patent box, in alternativa al ruling. Le imprese potranno così scegliere se produrre in autonomia la documentazione utile a sfruttare il beneficio automaticamente, oppure se ricorrere comunque al contraddittorio con l’Agenzia delle entrate e, pur intraprendendo un percorso lungo e faticoso, giungere a un accordo preventivo che le metta al riparo da futuri controlli.

In alternativa, il provvedimento 30 luglio 2019 del direttore dell’Agenzia delle entrate rende effettiva la possibilità di immediato utilizzo del patent box, senza dover attendere le lungaggini della procedura di ruling. Permette all’impresa di impostare in autonomia il sistema di calcolo, offre alle pmi la possibilità conoscere in anticipo i tassi di remunerazione da applicare alle funzioni routinarie (ossia le funzioni che tutte le imprese devono remunerare) senza dover sostenere i costi di consulenze per la selezione del benchmark e di consultazione di banche dati, permette di valutare a fine anno la convenienza di utilizzare il patent box, in quanto la scelta viene attivata attraverso il modello Unico relativo all’esercizio già chiuso. A sfavore c’è che l’agevolazione viene ripartita in tre anni e gli eventuali controlli a posteriori dell’Agenzia delle entrate potrebbero ribaltare i calcoli fatti dall’impresa. E c’è la necessità, per ciascun anno, di dover ripresentare la comunicazione di accesso. Inoltre non si possono avere certezze in ordine ad altri intangibili non agevolabili che l’Agenzia delle entrate vorrà evidenziare successivamente e che potrebbe far perdere una parte degli utili.

Non è quindi tutto oro quello che luccica. Infatti, se la procedura di ruling comporta tempi molto lunghi per raggiungere un accordo con l’Agenzia delle entrate, permette tuttavia all’impresa di avere una certezza sul calcolo dell’agevolazione prima dell’utilizzo. E l’accordo vale per un periodo di cinque anni, oltre ai successivi potenziali cinque anni di rinnovo. Mentre il patent box autodichiarato, che sembra tagliato sulle esigenze delle piccole e medie imprese, potrebbe dilatare ulteriormente i numeri di questa agevolazione che nel 2017 è già stata utilizzata da 1.148 società (+85% rispetto al 2015) per un ammontare di reddito detassato e plusvalenze esenti pari a 1,4 miliardi di euro (4,3 volte il valore del 2015).

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