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I pasticci dell’altro istituto toscano ChiantiBanca all’esame dei pm

A San Casciano val di Pesa, vicino Firenze, la chiamano ancora “banchina”. Un po’ per affetto. E un po’ perché, sebbene sia molto cresciuta, ChiantiBanca è pur sempre un’azienda da 50 sportelli. Domenica la “banchina” ha sbattuto la porta in faccia ad un suo socio eccellente, Lorenzo Bini Smaghi, che vive a San Casciano, il banchiere italiano nel board di Bce prima di Mario Draghi, che si era messo a disposizione di Bankitalia e dei soci per risanare ChiantiBanca, investita dallo tsunami credito deteriorato e pasticci di gestione, finita nel mirino di Via Nazionale e, da ieri, anche della procura di Firenze che ha aperto un’inchiesta. Alla conferma a presidente di Bini Smaghi, in carica da un anno ma che aveva deciso rimettersi in gioco per poter contare su una sua squadra di fiducia e “salute pubblica”, gli oltre tremila votanti, molti con deleghe di altri dei 26mila soci, hanno preferito una lista alternativa di sconosciuti e senza neppure un candidato presidente (oggi dovrebbe essere eletto il consulente Cristiano Iacopozzi). Forte il sospetto – lo ha mostrato Bini Smaghi nei giorni scorsi – che al rigore del risanamento sia stata preferita la difesa del credito facile di “campanile”, in passato concesso dal cda della banca con il parere contrario degli organi tecnici interni su una pratica di fido ogni tre.
La “banchina” è cresciuta per aver integrato prima le Bcc di San Casciano e Monteriggioni, poi il Credito Cooperativo Fiorentino di Denis Verdini finito in liquidazione, poi la Bcc di Pistoia e di Prato. Quando Bini Smaghi è stato chiamato alla presidenza, ChiantiBanca aveva grandi progetti: way out per uscire dal sistema delle Bcc e trasformazione in spa con nuovi partner. Ma prima il banchiere fiorentino, e poi Bankitalia salita a San Casciano per un’ispezione iniziata a novembre e finita in aprile, hanno scoperto una massa di credito deteriorato che ha raggiunto i 638 milioni di euro complessivi, costringendo a rettifiche e accantonamenti che hanno spinto il bilancio in rosso di 90,4 milioni di euro. E poi verbali di cda riaperti a distanza di mesi per occultare perdite (su un Btp da 100 milioni) e contabilizzare ritocchi di stipendio (come quello che nel novembre 2015 ha aumentato di 100mila euro il compenso al dg). Cinque consiglieri d’amministrazione, il direttore generale e membri del collegio sindacale, in carica nel 2015, si sono dimessi, e in procura è finita la relazione dell’organo di vigilanza che ipotizza ostacolo a Bankitalia e false comunicazioni sociali. E domenica Bini Smaghi, di fatto garante di Bankitalia, si è presentato a davanti ai soci per il rinnovo.
Presidente della banca d’affari francese Societé General e di Italgas, indicato come possibile futuro governatore della Banca d’Italia, lo hanno bocciato per il vertice di ChiantiBanca con un distacco di 300 voti. E che sia andata così ha stupito anche i rivali. «Sorpreso del risultato», ha detto Gian Pietro Castaldi, per pochi giorni candidato presidente della lista antagonista, prima di rinunciare all’investitura. Il fatto è che nelle banche di credito cooperativo funziona la regola “una testa un voto” e i rivali di Bini Smaghi hanno fatto incetta di deleghe mescolando interessi diversi: dall’influenza della Federazione Toscana delle Bcc, che vuole portare ChiantiBanca nella Holding romana Iccrea invece che in quella trentina Cassa Centrale Banca, a quelle degli ex amministratori defenestrati e dei creditori insolventi. Bini Smaghi si è fatto una ragione della sconfitta: «Mi ero reso disponibile a dedicare tempo per mettere a posto la Banca del mio territorio. Se trovano qualcuno più bravo, meglio così». Ce n’è bisogno.
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