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Passaggi generazionali cruciali

Finanza, logistica, chimica, farmaceutica e servizi. Sono questi i settori in cui le grandi imprese familiari sono state acquisite maggiormente nell’ultimo decennio. Le attività finanziarie e immobiliari hanno riscontrato ben 130 operazioni di m&a, coinvolgendo il 33% delle società rispetto all’intero settore. Le aziende manifatturiere sono state invece meno oggetto di takeover, sebbene i deal non abbiano risparmiato i comparti dell’alimentare e delle bevande (43 operazioni), dell’altro manifatturiero (33) e delle costruzioni (24). La 10ª edizione del rapporto dell’Osservatorio Aub ripropone però con veemenza il tema del passaggio generazionale, uno degli inevitabili punti di snodo al quale ogni azienda è destinata prima o poi a giungere.

Il progressivo invecchiamento dei leader delle aziende familiari emerge con chiarezza dai numeri: nell’orizzonte temporale osservato i titolari/presidenti/amministratori unici con meno di 50 anni di età sono scesi dal 26,9% al 20,7%, mentre quelli over 70 sono di converso cresciuti dal 17 al 25,5%. Quando l’apertura a soci privati esterni non è vista di buon occhio, quella del mercato rimane una soluzione, anche se poco perseguita dalle aziende italiane rispetto a quanto avviene nel mondo anglosassone. Chi diventa una public company, tuttavia, spesso beneficia di risultati importanti. Dopo il crollo registrato con la crisi post 2007, il numero delle grandi aziende familiari quotate è tornato a crescere e oggi rappresenta circa i 2/4 del listino nazionale.

Nei gruppi approdati in borsa si registra tuttavia una maggiore apertura non solo agli investitori esterni, ma anche ai manager non familiari.

La percentuale di family business quotate con un consiglio d’amministrazione composto in maggioranza da membri esterni ha superato il 93%.

Anche per quanto concerne le quote rosa, le familiari quotate fanno decisamente meglio delle non quotate, con un tasso di consiglieri donna che è arrivato al 26,2% (contro l’8% del 2007).

Il rapporto tratteggia infine le dinamiche nei primi 100 gruppi familiari per dimensione in Italia. Esattamente due terzi, cioè 66 aziende, erano nella classifica anche nella prima rilevazione, mentre le 34 società che sono uscite lo hanno fatto per cessazione a seguito di procedure (5), acquisizione da parte di terzi (13) o riduzione del fatturato (16).

A quest’ultimo proposito, lo studio rileva come le aziende che nella prima edizione vedevano al timone un amministratore unico sono state più soggette a procedure e a perdite di ricavi, nonché risultate meno appetibili per eventuali partner industriali o fondi di investimento. Una tendenza che sembra confermare l’individualismo delle società che, rifiutando i cambiamenti e l’apertura a soci e/o manager esterni, vanno incontro a fasi di declino che talvolta possono essere fatali. Non è un caso che più della metà delle imprese italiane non supera la seconda generazione e solo il 15% arriva alla terza.

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