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Partite Iva, si cambia con tetti e tariffe

ROMA — Comincia questa mattina a Palazzo Madama l’analisi degli oltre 800 emendamenti al disegno di legge sul lavoro. Si comincerà dall’Iva e dai lavoratori a progetto, uno dei capitoli più importanti e sensibili della flessibilità in entrata, perché riguarda oltre un milione di lavoratori. A seconda di come verranno rimodulate le norme, le imprese saranno «costrette» ad assumere a contratto a tempo indeterminato diverse centinaia di migliaia di lavoratori. «Noi contiamo venga regolarizzato almeno mezzo milione di lavoratori — spiega Ivan Guizzardi, segretario Felsa (Cisl) — quella è la cifra di chi attualmente svolge un finto impiego da parasubordinato ma in realtà è un dipendente vero e proprio». Le partite Iva tra vere e finte, cui si riferisce la riforma Fornero, da sole riguardano una platea di 300-400 mila persone. Per alcune aziende si tratta di questione vitale. Come la Rai, che da sola ha 1.600 partite Iva tra collaboratori e giornalisti o Mediaset, oppure la Siae o tutte le società di intermediazione immobiliare, per fare gli esempi più diffusi.
«Siamo tutti d’accordo nel trovare una intesa che disinneschi il rischio di una rigidità di ingresso eccessiva — afferma il relatore del Pdl Maurizio Castro, che insieme a quello del Pd Tiziano Treu dovrà cercare una soluzione di compromesso — le ipotesi al momento in campo sono però diverse». I tecnici parlano di una sorta di «scudo» normativo piuttosto complicato con quattro griglie per rendere meno applicabile la presunzione di dipendenza economica in virtù della quale scatta l’obbligo di assunzione. Oltre a questo, ancora tutto da verificare, si sta discutendo se e come introdurre il concetto del quantum economico al di sotto del quale l’azienda dovrebbe assumere la presunta falsa partita Iva. Al momento la legge Fornero prevede che se il 75% del reddito del parasubordinato proviene dalla stessa azienda, sussiste una delle tre condizioni per passare all’assunzione (le altre due sono la durata da almeno sei mesi e l’uso di una scrivania dentro l’impresa). La modifica in ballo riguarda la definizione del reddito minimo riferito alla media del settore. Pietro Ichino propone che l’assunzione scatti se la partita Iva incassa da una stessa azienda un reddito minimo maggiorato del 20%; Treu invece propende per un reddito equivalente, Castro è contrario. «Mi sembra assurdo reintrodurre le tariffe minime nel lavoro subordinato — spiega il relatore — dopo la lotta che è stata fatta per abolire quelle delle professioni».
In attesa che i tecnici si chiariscano, sotto la vigilanza attenta del capo gabinetto della Fornero, Francesco Tomasone, sul fronte sindacale la temperatura torna piuttosto calda. Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, avverte che se si «esagera con le riforme — partite Iva e associazioni in partecipazione a parte, sulle quali il governo da subito si è impegnato a correzioni — si rischia di rompere l’equilibrio faticosamente raggiunto con la possibilità che salti tutto». Una visione pragmatica che però stride con quanto dichiarato dal segretario della Cgil Susanna Camusso, secondo la quale «questa stagione ha portato un attacco senza precedenti allo Statuto dei lavoratori: non c’è più la libertà sindacale e con essa l’idea del fondamento della democrazia». E propone un intervento sull’articolo 19 dello statuto «affinché ogni lavoratore possa decidere a che sindacato è iscritto e votare i suoi rappresentanti».
Anche il segretario della Fiom, Maurizio Landini, alza il tiro e torna in modo ufficiale a proporre un referendum abrogativo del nuovo articolo 18 qualora «la riforma passasse come viene discussa in Parlamento per cui a un lavoratore licenziato si danno un po’ di soldi ma lo si lascia fuori dalla fabbrica: un cambiamento inaccettabile».

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