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Partite Iva, scudo sopra i 18mila euro

Cambiano i requisiti per distinguere le partite Iva «vere», da quelle «fasulle». Si salvano, cioè, dal «doppio salto» che porta alla stabilizzazione tutte quelle prestazioni lavorative connotate da competenze teoriche o pratiche «di grado elevato» e rese da soggetti titolari di un reddito lordo annuo di almeno 18mila euro. Per loro infatti si applica una sorta di «presunzione di regolarità», come previsto da un emendamento al Ddl Fornero depositato ieri in commissione Lavoro del Senato dai due relatori, Maurizio Castro (Pdl) e Tiziano Treu (Pd) che corregge in più punti l’articolo 9 del provvedimento.
Con queste nuove regole il «popolo delle partite Iva», nel 2011 ne sono state aperte 535mila, di cui il 48% da parte di under 35, mentre a marzo ne sono state aperte 62mila (+12,4% su base mensile), è più tutelato. Tanto è vero, come ha esemplificato Tiziano Treu, per chiarire il senso delle novità, «in Rai non si salva più nessuno a meno che i lavoratori assunti con partita Iva non siano pagati bene». Resta invece confermata la genuinità della partita Iva (ed evitano così la stretta) anche quelle prestazioni lavorative «svolte nell’esercizio di attività professionali per le quali l’ordinamento richiede l’iscrizione a un ordine professionale, ovvero ad appositi registri, albi, ruoli o elenchi». Sarà comunque un decreto del ministero del Welfare a individuare con esattezza le predette attività (che non subiranno il giro di vite).
Ma l’emendamento dei due relatori ritocca pure i tre parametri che fanno scattare (se ne ricorrono almeno due) il “doppio salto” sulle partite Iva cosiddette “fasulle”, di fatto alleggerendone la morsa. In pratica (e salvo prova contraria del datore di lavoro) si potrà chiedere il passaggio da partita Iva a collaborazione coordinata e continuativa qualora la durata della collaborazione sia superiore a otto mesi (ne erano previsti sei nel Ddl); il corrispettivo pagato al collaboratore costituisce più dell’80% del suo reddito complessivo (nel Ddl era il 75%); e se il lavoratore dispone di una postazione «fissa» in azienda. Vale a dire, per far scattare la stretta il titolare di partita Iva “fittizia” dovrà dimostrare di avere una vera e propria scrivania (mentre non è sufficiente l’utilizzo del solo telefono).
Tra i 16 emendamenti depositati ieri da Maurizio Castro e Tiziano Treu, quasi tutti incentrati su modifiche alla flessibilità in entrata, spicca anche la previsione di una sorta di “salario base” per i co.co.pro. (che nel 2010, ha ricordato di recente l’Isfol, hanno superato le 676mila unità con un reddito medio di 9.855 euro l’anno). Il compenso per i co.co.pro. «dovrà essere adeguato alla quantità e qualità del lavoro eseguito». E non potrà comunque essere inferiore, in proporzione alla durata del contratto, «all’importo annuale determinato periodicamente dal ministero del Lavoro». Mentre il parametro economico per stabilire questo salario base verrà individuato, hanno spiegato i due relatori, sulla base della media delle tariffe minime dei lavoratori autonomi e della media delle retribuzioni stabilite da contratti collettivi.
Si rafforza poi l’attuale “una tantum” per i lavoratori parasubordinati disoccupati (che con le attuali regole era utilizzata molto poco – nel 2010, ha evidenziato l’Inps, su 200 milioni di euro stanziati per questa misura ne sono stati utilizzati appena 19,6 milioni). Si puntava (soprattuto il Pd) a un’estensione della mini-Aspi (per alleggerire l’aggravio contributivo di sei punti che subiranno i parasubordinati fino al 2018). Ma le risorse (per ora) non sono state reperite. E si è potenziata quindi l’attuale una tantum, con il recupero di 60 milioni di euro che si aggiungeranno ai residui non spesi già stanziati in precedenza per questa indennità. L’intervento partirà in via sperimentale per il 2013, 2014 e 2015 e se il co.co.pro ha lavorato almeno i 6-12 mesi precedenti, ha spiegato Tiziano Treu, dovrebbe arrivare a prendere «un’indennità di disoccupazione» di 6mila euro. Si tratta di «un importo dignitoso» ha commentato il ministro del Welfare, Elsa Fornero.
Scorrendo gli altri emendamenti dei relatori spicca l’ulteriore semplificazione per attivare il lavoro a chiamata: basterà inviare un sms alla Direzione provinciale del lavoro. E in casi di «cicli di lavoro» basterà un solo messaggio fino a un massimo di 30 giorni. Mentre per i contratti a tempo determinato – l’altro strumento-chiave su cui si erano concentrate le critiche delle organizzazioni d’impresa davanti al testo del Governo – si potrà omettere “il causalone” fino a durate di un anno (nel Ddl Fornero si prevedeva fino a sei mesi). I contratti collettivi potranno prevedere però che al posto dei 12 mesi per le assunzioni a tempo determinato valga una franchigia oggettiva (inferiore cioè al 6% dei dipendenti totali). Tale franchigia sarà consentita, per esempio, per start-up, lancio nuovi prodotti, cambiamenti tecnologici, progetti di ricerca e sviluppo, proroga di una commessa consistente.

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