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Partite Iva, obbligo di operatività

di Antonio G. Paladino  

Le partite Iva siano pienamente operative, altrimenti scatterà la chiusura. Infatti, se per tre anni consecutivi il titolare non abbia esercitato l'attività d'impresa, ovvero se si omette la presentazione della dichiarazione annuale Iva, il numero di partita Iva è revocato d'ufficio. Il titolare potrà sempre impugnare il provvedimento di revoca innanzi alla competente commissione tributaria. Infine, piccola sanatoria per i contribuenti che dimenticano di comunicare all'Agenzia delle entrate l'avvenuta cessazione dell'attività. Questi, entro 90 giorni dall'entrata in vigore del provvedimento, potranno provvedere a sanare la violazione con il versamento di una sanzione minima, a patto che l'ufficio non abbia già contestato al contribuente la violazione.

È quanto si prevede nel testo del pacchetto fiscale contenuto nella manovra correttiva varata ieri dall'esecutivo, in tema di «monitoraggio» sulle partite Iva. Un tema, possiamo dire, da sempre caro al ministro Tremonti che, già nell'articolo 5 della Finanziaria 2003 (ovvero il condono Tremonti del 2002), «invitava» i contribuenti a chiudere le partite Iva inattive, ovvero quelle per cui negli anni precedenti non vi era traccia di operazioni imponibili e non imponibili, con il versamento di un'oblazione pari a 100 euro. Operazione che, come ebbe a rilevare la Corte dei conti in una relazione del novembre 2008, permise all'erario di incassare 5 milioni di euro (quindi, furono chiuse 50 mila partite Iva inattive). E pur vero che una partita Iva che viene aperta e, dal controllo in anagrafe tributaria, risulta che non abbia mai presentato dichiarazioni, né effettuato operazioni imponibili, si presta a facili considerazioni sulla sua natura. La più «pericolosa» (per i riflessi sul gettito tributario) è che la stessa sia solo di facciata e che in realtà, dietro possa nascondersi una vera e propria «cartiera», spesso in mano ad organizzazioni malavitose. In pratica, una partita Iva che possa essere utilizzata per operazioni soggettivamente e oggettivamente inesistenti, capace di emettere fatture imponibili, permettere a chi le riceve di abbattere i ricavi e dedurre l'Iva, e poi defilarsi, senza versare un euro, magari forte del fatto che è intestata a qualche prestanome nullatenente o a soggetto incapace di intendere e volere. Per mettere un argine a questi episodi, l'esecutivo ha pertanto battuto i pugni sul tavolo. Nessun invito a chiudere, ma una vera e propria azione di repressione delle partite Iva «di comodo». Operando un aggiunta all'articolo 35 del decreto Iva (il dpr n. 633/72), la manovra inserisce il comma 15-quater, nel quale si dispone che l'attribuzione del numero di partita Iva è revocato d'ufficio, qualora per tre annualità consecutive, il titolare non abbia esercitato l'attività d'impresa, di arti o di professioni. Oppure, qualora il titolare, obbligato alla presentazione della dichiarazione Iva, non abbia adempiuto a tale obbligo. La formulazione letterale della disposizione non lascia però chiaramente intendere se la revoca della partita Iva, scatti nel caso di omessa presentazione della dichiarazione per un'annualità, ovvero, come nel caso dell'attività d'impresa, l'omissione deve riguardare tre anni consecutivi. I soggetti cui sarà revocato il numero di partita Iva, potranno impugnare il provvedimento dinanzi alla commissione tributaria. Infine, i titolari di partita Iva che hanno dimenticato, sebbene obbligati, di comunicare la cessazione attività all'Ufficio delle Entrate, possono aderire a una «mini-sanatoria». In pratica, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della manovra, i contribuenti «sbadati» possono pagare un importo «pari alla sanzione minima ex art. 5, comma 5 del dlgs n. 417/97» (ovvero 516 euro), ridotta a un quarto (ovvero 129 euro). Sempre che l'ufficio tributario, nel frattempo, non si sia già attivato notificando un atto di contestazione o altro «atto portato a conoscenza del contribuente».

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