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Partite Iva, per due attività su tre il paracadute dell’aiuto minimo

Un contributo minimo riconosciuto a due partite Iva su tre. Dall’analisi dei 3 miliardi già pagati dal Fisco in nove giorni, ossia dall’8 aprile scorso data di apertura della piattaforma telematica per l’invio delle istanze a venerdì 16, giorno in cui il presidente Draghi ha reso noto l’avvenuto pagamento degli aiuti a fondo perduto a un milione di imprese, autonomi e liberi professionisti, emerge che l’importo medio erogato si attesta a circa 3mila euro che diventano di oltre 6mila euro se si escludono gli aiuti minimi da 1.000 euro alle persone fisiche e 2mila euro alle persone giuridiche.

I due importi forfettari, riconosciuti anche per far rientrare nel regime di aiuti anche le partite Iva avviate nel 2020 e prive di fatto di dati di confronto con il fatturato 2019, hanno riguardato il 66% delle domande già lavorate dall’amministrazione finanziaria e messe in liquidazione con l’accredito dei bonifici dell’8 aprile e 14 aprile scorso. Ma vista la numerosità dei soggetti – non tutti legati all’avvio di nuove attività i contributi in formato ridotto – hanno di fatto garantito un aiuto anche a chi, avendo mostrato al Fisco un fatturato basso nel 2019, si sarebbe visto attribuire importi anche inferiori a mille euro per le persone fisiche e 2mila per quelle giuridiche.

Dai dati emerge anche che quasi un miliardo dei tre pagati, per l’esattezza 968 milioni, ha riguardato aiuti compresi tra 10mila e 50mila euro con un importo medio erogato superiore ai 19mila euro ad attività produttive o professionale. In questo caso entrano in gioco sia perdite più rilevanti con fatturati più elevati.

Provando ad andare oltre i numeri si potrebbe ipotizzare che la base di calcolo già dal 2019 risultava già ridotta. E qui sono due gli ordini di considerazione. Molte attività versavano in condizioni di difficoltà ben prima che l’emergenza sanitaria legata al Covid portasse chiusure, restrizioni e conseguenti drastiche cadute di business. Ma non si può neanche escludere, alla luce della numerosità dei soggetti (oltre 506mila tra autonomi e ditte e più di 312mila società ed enti non commerciali), che incida anche una componente di sommerso. Un problema più che noto nell’economia italiana con il tax gap Iva (differenza tra imposta dovuta e quella effettivamente versata) più elevato d’Europa, nonostante le tante misure adottate per contrastarlo. Il paradosso è che l’aver dichiarato di meno nel recente passato si traduce in un aiuto inferiore nel momento del maggior bisogno di sostegno. Naturalmente, non si possono fare generalizzazioni: la sofferenza di tanti operatori economici è testimoniata sempre dai numeri delle fatture elettroniche, quindi di ciò che è stato apertamente reso al Fisco. Nel 2020 il calo dell’imponibile Iva misurato appunto attraverso le e-fatture è stato quasi di 316 miliardi (-11,1%).

Fin qui i contributi già liquidati, che vedono una prevalenza quasi totalitaria per l’aiuto diretto piuttosto che per il credito d’imposta che si ferma ad appena il 2,2% delle scelte. Ma ci sono ancora contribuenti in attesa che la domanda presentata venga liquidata. È l’effetto dei controlli preventivi effettuati in automatico dal sistema che “pesca” i dati disponibili in Anagrafe tributaria. Ad esempio, per le partite Iva in regime di flat tax l’amministrazione finanziaria verifica la congruenza dell’aiuto richiedibile con i limiti di ricavi o compensi propri del regime agevolato, che non possono superare i 65mila euro.

Sullo sfondo poi c’è il problema di chi l’aiuto non può ottenerlo. È il caso dei cosiddetti «esodati», tra cui ci sono quanti hanno aperto la partita Iva nel 2018 ma hanno concretamente iniziato a fatturare solo nel 2019 inoltrato o anche dopo. E non possono quindi aver diritto al contributo anche minimo in assenza di calo del fatturato del 30 per cento. Problema che potrà essere risolto solo con un intervento legislativo o in conversione del decreto Sostegni o nel nuovo provvedimento in arrivo a fine aprile.

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