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Partite Iva, dai sostegni risparmi per 2 miliardi da girare ad altri aiuti

Nei calcoli di marzo, che avevano guidato il primo decreto intitolato ai ««sistegni», gli aiuti a fondo perduto per le partite Iva avrebbero dovuto assorbire 11 miliardi. Il bis di fine maggio aveva già abbassato il conto a 8 miliardi. Ma il costo reale di ogni tornata degli aiuti parametrati sul calo di fatturato fra 2019 e 2020 non supererà i 6 miliardi. Perché le richieste non sono arrivate a quota 2 milioni, invece dei 3 previsti inizialmente dal governo, il 40% dei forfetari non ha bussato alla porta dei sostegni e il quadro offerto dalle comunicazioni periodiche Iva si è rivelato più fosco del reale.

Da queste cifre, fornite ieri sera dal ministro dell’Economia Daniele Franco nell’audizione alla commissione Bilancio della Camera, discendono due conseguenze: diventa certa l’estensione degli aiuti alle imprese con fatturato fra 10 e 15 milioni di euro, che nel testo del decreto è considerata solo eventuale e dipendente appunto dai risparmi prodotti dalle altre misure di aiuto, e può crescere la dimensione dell’intervento «perequativo», l’ulteriore giro di contributi che dopo l’estate sarà misurato in base all’andamento della redditività abbandonando il criterio rozzo del fatturato. Quest’ultima, almeno, è la mossa suggerita esplicitamente dal ministro dell’Economia, con l’obiettivo di mantenere le risorse dentro al capitolo degli aiuti a fondo perduto. Ma la decisione è ovviamente nelle mani del Parlamento, che con le cifre presentate ieri dal titolare dei conti si trova fra le mani due miliardi in più rispetto agli 800 milioni dedicati agli emendamenti dalla struttura originaria del decreto. Dagli «esodati dei ristori», fin qui esclusi dagli aiuti perché per varie ragioni avevano registrato un fatturato più basso dell’ordinario anche nel 2019 , ai Comuni a rischio dissesto la pressione sui parlamentari sarà a tutto campo. Nel frattempo la platea dei «sostenuti», oltre a imbarcare appunto le imprese con fatturato pre-crisi fra 10 e 15 milioni, crescerà con la prima integrazione prevista dal decreto 73/2021, che con il nuovo calcolo basato sul periodo 1° aprile 2020-31 marzo 2021 a confronto con i 12 mesi precedenti allargherà il raggio d’azione a 370mila imprese, e offrirà a 280mila un assegno più ricco rispetto a quello basato sul solo confronto 2020-2019.

La proposta di Franco di contenere la revisione degli stanziamenti all’interno dei confini degli aiuti a fondo perduto punta anche a mantenere intatte le ricadute sul Pil che il governo ha calcolato in 6 decimali aggiuntivi di crescita. Franco conferma la stima, che ha «natura prudenziale» e può essere «auspicabilmente» smentita al rialzo. Come al rialzo potrebbe essere rivisto, con la Nadef, l’obiettivo di crescita per quest’anno fissato al +4,5%. Gli ultimi esercizi di previsione puntano più in alto (l’Istat calcola +4,7%, Fitch pronostica un +4,8%), e anche Franco giudica «probabile» una correzione all’insù. Ma, avverte, la scena è dominata ancora da «molte incertezze, e restiamo con un Pil ancora molto inferiore ai livelli del 2019».

In questo contesto la catena degli interventi anticrisi, avviata dal Conte-2 e proseguita dal governo Draghi, ha «contenuto notevolmente» la crisi delle imprese secondo l’analisi proposta alla commissione Bilancio da Fabrizio Balassone, capo del servizio Struttura economica di Bankitalia. Sul terreno del lavoro «le misure sulle integrazioni salariali», che «operano in continuità con quelle precedenti», permettono di «attutire gli impatti della graduale rimozione del blocco dei licenziamenti».

Anche con la ripresa, sottolinea Balassone, «sarà necessario mantenere gli strumenti di sostegno», ma evitando che «il loro disegno sia tale da scoraggiare l’offerta di lavoro». Un’indicazione in più nel dibattito sulla disciplina dei licenziamenti, che ora prova a virare su ipotesi più selettive di quelle percorse fin qui. Secondo Franco «non ci sarà un’ondata di licenziamenti da luglio», ma il governo resta in allerta «pronto a intervenire».

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