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Partite Iva con la fedina pulita

La fedina penale pulita serve anche a professionisti, artigiani e commercianti se nell’esercizio delle rispettive attività entrino in contatto con minori. Occorre, ad esempio, al musicista che insegna in corsi organizzati da associazioni culturali rilasciando fattura, oppure al distributore di popcorn al cinema o all’azienda che fa refezione scolastica nelle scuole. È la conclusione cui giunge il ministero della giustizia nelle Faq pubblicate ieri su internet al nuovo adempimento in vigore dal 6 aprile.

Le Faq dilatano il concetto di «datore di lavoro», ritenendo tale non chi «impiega al lavoro una persona» (come peraltro precisato dall’art. 2 del dlgs n. 39/2014), ma chi genericamente «dà lavoro».

Solo prestazioni corrispettive. In tutto sono otto le nuove Faq. Una risponde alla domanda «in quali casi il datore di lavoro ha l’obbligo di richiedere il certificato». Il ministero spiega che l’obbligo sussiste in tutti i casi in cui s’instaura, con la persona della quale serve il certificato penale, un rapporto contrattuale con prestazioni corrispettive, per attività che comportino un contatto diretto e regolare coi minori. E aggiunge che l’obbligo, invece, non sorge per le forme di collaborazione che non si strutturino all’interno di un definito rapporto di lavoro. In questo secondo caso andrebbero ascritte le mini co.co.co. e le prestazioni occasionali (quelle retribuite con i voucher), mentre le co.co.co. e il lavoro a progetto dovrebbero ritenersi «definiti rapporti di lavoro» e, dunque, soggetti al nuovo obbligo.

Attività professionali e volontarie. Con una seconda Faq il ministero, rispondendo alla domanda «che cosa s’intenda per attività professionali o attività volontarie organizzate», precisa che si tratta di «tutte le professioni o i lavori (per esempio quelle di insegnante, bidello, pediatra, allenatore, educatore) per i quali l’oggetto della prestazione comporta un contatto diretto e regolare con i minori a fronte di uno specifico rapporto di lavoro». In base a ciò, allora, il pediatra ospedaliero sarebbe soggetto alla presentazione del certificato (perché dipendente da Asl), mentre il pediatra che fa libera professione no (perché la visita medica al figlio minore non determina un «rapporto di lavoro» con i genitori).

Lavoratori con partita Iva. Con la terza Faq il ministero risponde a un’associazione culturale che organizza corsi di scuola di musica, la quale ha chiesto di sapere se deve richiedere il certificato penale al musicista che insegna a minori il quale rilascia fattura per la prestazione d’insegnamento, essendo titolare di partita Iva. Il ministero risponde affermativamente spiegando che l’obbligo ricorre «qualora l’attività svolta dal professionista sia oggetto di un contratto, comunque qualificato, che faccia sorgere un rapporto di lavoro con prestazioni corrispettive». Secondo questa Faq dunque tutti i titolari di partita Iva (professionisti, artigiani, commercianti ecc.) sono tenuti a produrre il certificato penale. La conclusione scaturisce dal concetto di «datore di lavoro» utilizzato dal ministero. Normalmente è tale chi assume una persona con contratto di lavoro subordinato (dipendente); la Faq, invece, intende tale chi «offre» lavoro, qualunque sia il «rapporto» purché «a prestazioni corrispettive» (cioè onerose).

La direttiva Ue tocca solo i «dipendenti». Per dissipare i dubbi sarebbe forse utile risalire alla fonte del nuovo obbligo, cioè alla direttiva n. 2011/93. Essa tocca soltanto i dipendenti. Infatti impone che il certificato sia richiesto esclusivamente nelle ipotesi di «assunzione di una persona per attività professionali o attività volontarie organizzate che comportano contatti diretti e regolari con minori». Lo fa nel «considerando n. 20» e, soprattutto, al comma 2 dell’art. 10, laddove impone agli Stati membri di adottare «le misure necessarie per assicurare che i datori di lavoro, al momento dell’assunzione di una persona» possano avere conoscenza di condanne penali per reati di legati a pedopornografia e sfruttamento sessuale di minori. Il legislatore italiano, invece, ha preferito l’espressione «soggetto che intende impiegare al lavoro», dando così luogo a tutti i dubbi interpretativi degli ultimi giorni.

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