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Partita Iva cancellata, c’è autoconsumo

Anche la cessazione dell’attività in conseguenza della cancellazione d’ufficio del soggetto passivo dal registro dei contribuenti Iva comporta la tassazione dei beni «giacenti» (autoconsumo) che al momento dell’acquisto avevano formato oggetto di detrazione. La base imponibile per il calcolo dell’Iva su questa operazione è costituita dal valore residuo dei beni, determinato all’atto della cessazione dell’attività tenendo conto della evoluzione del valore dal momento dell’acquisto. È quanto chiarisce la Corte di giustizia Ue nella sentenza 8 maggio 2013, causa C-142/12, risolvendo le questioni pregiudiziali sollevate dai giudici bulgari nell’ambito di una controversia promossa da una società che l’amministrazione finanziaria aveva cancellato dal registro dei soggetti passivi Iva perché aveva ripetutamente omesso il pagamento dell’imposta. La controversia, in particolare, riguardava l’accertamento che l’amministrazione aveva notificato alla società per tassare i beni acquistati nell’esercizio dell’impresa e ancora posseduti all’atto della cancellazione.

Tassabilità delle operazioni

La prima questione mirava a chiarire se la disposizione dell’art. 18, lett. c) della direttiva Iva (2006/112/CE), secondo cui gli stati membri possono assimilare a una cessione onerosa il possesso di beni da parte di un soggetto passivo in caso di cessazione dell’attività, qualora detti beni abbiano dato diritto a una detrazione totale o parziale dell’imposta al momento dell’acquisto, possano applicarsi anche se la cessazione dell’attività economica discende dalla cancellazione del soggetto passivo dal registro Iva.

La risposta della Corte è affermativa. Nella sentenza si chiarisce infatti che la disposizione in esame, disciplina i casi di cessazione dell’attività economica in generale, senza distinguere a seconda delle cause o delle circostanze di tale cessazione, ed escludendo soltanto il caso di trasferimento o conferimento dell’azienda. Obiettivo della disposizione, spiega la Corte, è di evitare che beni che hanno dato diritto a una detrazione siano oggetto di un consumo finale detassato in seguito alla cessazione dell’attività imponibile, indipendentemente dai motivi o dalle circostanze di tale cessazione.

Base imponibile

Le altre questioni miravano a stabilire se la direttiva autorizzi o meno una disposizione nazionale la quale prevede che, in caso di cessazione dell’attività, la base imponibile dell’operazione sia il «valore normale» dei beni esistenti alla data di tale cessazione, e che non tiene conto dell’evoluzione del valore di tali beni tra la data della loro acquisizione e quella della cessazione. La Corte ricorda al riguardo di avere già dichiarato che la direttiva consente di assumere quale base imponibile il valore normale, come definito dalla direttiva stessa, solo nei casi previsti nell’art. 80 della direttiva (operazioni fra soggetti collegati, aventi diritto limitato alla detrazione).

Nella fattispecie, invece, si applica l’art. 74, secondo cui la base imponibile è costituita dal prezzo di acquisto dei beni o di beni simili, o, in mancanza del prezzo di acquisto, dal prezzo di costo, determinati nel momento in cui si effettuano tali operazioni.

A tale proposito, la Corte ha già precisato che per «prezzo d’acquisto determinato al momento del prelievo» deve intendersi il valore residuo del bene in tale momento e che, in un caso del genere, la base imponibile è il valore del bene determinato al momento della destinazione, che corrisponde al prezzo sul mercato di un bene simile tenuto conto dei costi di trasformazione. Pertanto, la base imponibile dell’autoconsumo all’atto della cessazione dell’attività è il valore dei beni determinato in tale momento tenendo conto dell’evoluzione del valore tra l’acquisizione del bene e la cessazione. Spetta al giudice nazionale, chiarisce infine la Corte, stabilire se il «valore normale», come interpretato e applicato dall’amministrazione bulgara, che aveva determinato il valore dei beni in base a una perizia, mentre la società chiedeva di tenere conto del deprezzamento secondo le norme contabili, corrisponda al valore residuo.

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