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Partita da 5 miliardi sulle opere

di Giorgio Santilli

Incentivi fiscali soltanto per le otto grandi opere individuate da Giulio Tremonti (si veda Il Sole 24 Ore del 23 settembre) oppure c'è margine per allargare quel numero chiuso ad alcune opere ferroviarie come la Napoli-Bari e la Milano-Padova o addirittura, come pure qualcuno chiede al ministero dell'Economia, si potrebbe far saltare il "numero chiuso" ed estendere le agevolazioni a tutte le opere che hanno la redditività per accedere al project financing? È questo l'interrogativo più importante intorno al pacchetto di norme, già ribattezzato "Tremonti infrastrutture", che il ministro dell'Economia presenterà domani prima ai colleghi di governo, poi a Confindustria e Abi. L'obiettivo resta quello di rilanciare le grandi opere sostituendo i contributi pubblici diretti con incentivi fiscali su Irap e Ires per i privati che decidano di investire nei lavori pubblici.

Quello del perimetro delle opere destinate a usufruire degli incentivi non è l'unico nodo da sciogliere per il capitolo infrastrutture del decreto legge sulla crescita. Le tensioni nel Governo non mancano in questa fase su numerose questioni della politica economica, a maggior ragione su una materia che il ministero dell'Economia ha preso in "prestito", ma che è in realtà competenza del ministero delle Infrastrutture. Formalmente, infatti, la discussione parte dai 20 articoli messi sul tavolo dal ministro, Altero Matteoli, e dal suo vice, Roberto Castelli. I richiami alla collegialità in questi giorni sono anche il preludio a un esame effettivamente congiunto del testo.

C'è anche un'altra questione, però, che agita la partita delle infrastrutture, a latere di quella del decreto legge sulla crescita: la "difesa" da parte di Matteoli dei 4.930 milioni assegnati a luglio al fondo per le grandi opere dai tagli per 6 miliardi che il ministero dell'Economia dovrebbe varare entro il 25 settembre, per Dpcm, sulla spesa dei ministeri. Il ministero delle Infrastrutture ha provato a giocare di anticipo, inserendo nell'allegato al Documento di economia e finanza, una prima ripartizione di quelle somme: 2,1 miliardi dovrebbero andare al terzo valico e all'alta velocità Treviglio-Brescia, 600 milioni alla manutenzione stradale e ferroviaria, 200 agli interventi nelle aree metropolitane, 1,4 miliardi per interventi urgenti nel Mezzogiorno, 100 milioni nel comparto logistico.

C'è un'altra partita che riguarda i fondi e non le norme. Il ministero delle Infrastrutture, sempre nell'allegato al Def, fa un elenco dettagliato delle opere non ancora cantierate per cui può scattare la "tagliola" della revoca dei mutui assegnati. Sono 43 opere (o programmi) che valgono in tutto ben 3,7 miliardi. La norma, contenuta nella manovra dello scorso anno, impone che i fondi vengano riutilizzati per la stessa finalità infrastrutturale ma finora le risorse reindirizzate alle opere pubbliche sono dell'ordine dei 300 milioni. È lo stesso ministero delle Infrastrutture a raccomandare prudenza per evitare che siano definanziate opere strategiche, al punto che individua solo cinque opere per 127 milioni già revocabili. La partita della riassegnazione dei fondi, tuttavia, si gioca sotto traccia, tanto più nel momento in cui l'Economia è a caccia di fondi dai ministeri.

I 20 articoli proposti da Matteoli e Castelli ripropongono le norme già anticipate nei giorni scorsi: la cessione di immobili pubblici come contropartita nelle concessioni, la possibilità di utilizzare le riserve tecniche delle assicurazioni per finanziare infrastrutture, la semplificazione per l'approvazione dei progetti dei concessionari autostradali, la destinazione dell'extragettito Iva al finanziamento delle opere. Su quest'ultimo punto l'Economia ha già detto chiaramente che la strada è sbarrata. Ma il dilemma per Via XX settembre è come garantire la redditività delle opere senza Iva e senza più contributi diretti. Irap e Ires non bastano, almeno per molte delle opere messe sotto esame.

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