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Partecipate, dieta poco efficace

Sulle società partecipate locali il governo ha deciso di non decidere. Il disegno di legge di stabilità 2015, il cui testo è stato firmato la scorsa settimana dal presidente della repubblica e si accinge ad affrontare il suo inter parlamentare, non contiene, infatti, incisive misure di razionalizzazione, ma solo alcuni blandi incentivi. Tutto è nuovamente rimesso alla buona volontà degli amministratori, che finora si sono mostrati piuttosto recalcitranti a impugnare le forbici.

Eppure, la riduzione delle partecipazioni detenute dalle p.a. locali avrebbe dovuto rappresentare uno dei punti di forza del secondo ciclo di spending review, affidato alle cure di Carlo Cottarelli.

E proprio l’ex Fmi, succeduto a Enrico Bondi nel ruolo di commissario straordinario alla revisione della spesa e ora in procinto di ritornare a Washington, negli scorsi mesi ha operato una capillare ricostruzione dei numeri del c.d. «capitalismo municipale».

Nel rapporto pubblicato lo scorso mese di agosto, si sono fatti i conti in tasca alle 7.726 società locali censite dalla banca dati del Tesoro: otto volte quelle francesi, tanto per dare un ordine di grandezza. Ma, si sottolineava nel report, il numero reale è ancora più altro, certamente superiore alle 10 mila unità. Tuttavia, una stima precisa non è possibile, anche perché non tutti gli enti rispondono ai questionari.

Tale galassia è in realtà un enorme buco nero, che nel 2012 ha accumulato perdite per 1,2 miliardi di euro, cui vanno aggiunte le perdite nascoste dovute a due fattori: 1) contratti di servizio che prevedono finanziamenti non corrispondenti al servizio erogato; 2) tariffe troppo elevate imposte ai cittadini.

Numerose criticità riguardano anche le circa 1.800 società che operano nel settore dei servizi pubblici locali di rilevanza economica (ossia nei comparti energetico, idrico, dei rifiuti e del trasporto pubblico locale): il loro assetto proprietario, infatti, in larga prevalenza costituito da aziende partecipate da enti pubblici territoriali, risulta essere troppo frammentato e di conseguenza non permette la realizzazione dei programmi di investimento adeguati, i quali esigono ingenti capitali cui solo attraverso grandi dimensioni d’impresa è possibile far fronte.

Da qui l’esigenza di una razionalizzazione, puntualmente recepita dall’art. 23 del dl 66/2014 (il cosiddetto decreto Irpef), che ha affidato al commissario straordinario la definizione di un piano mirato.

Quest’ultimo è stato presentato da Cottarelli a settembre, declinato in 33 proposte operative, che avrebbero potuto garantire (stando ai calcoli dello stesso commissario) risparmi a regime per la finanza pubblica dell’ordine di 2-3 miliardi, di cui almeno 500 milioni già quest’anno.

Il piano avrebbe dovuto trovare posto nel decreto «sblocca Italia», ma le misure sono state rinviate alla legge di Stabilità (con annesse polemiche fra Cottarelli e il premier Renzi).

Il disegno di legge presentato dall’esecutivo, però, si presenta decisamente meno ambizioso e rispetto ai suggerimenti cottarelliani, al punto che il beneficio per i conti non è neppure cifrato

Cosa prevede il testo? L’art. 44 si limita a promuovere processi di aggregazione e a rafforzare la gestione industriale dei servizi pubblici locali a rete di rilevanza economica, attraverso misure quali l’obbligo per gli enti locali di partecipare agli enti di governo degli ambiti territoriali ottimali, cui viene assegnato il compito di predisporre la relazione prodromica all’affidamento del servizio.

Viene, inoltre, previsto il mantenimento della concessione in essere anche in caso di acquisizione o fusione societaria, consentendo, ove necessario, la rideterminazione dell’equilibrio economico finanziario del nuovo soggetto gestore.

Si prevede, poi, l’esclusione dai vincoli del patto di Stabilità delle spese per investimenti per gli enti locali che procedano a dismissioni totali o parziali delle proprie partecipate, nonché l’obbligo di utilizzare le risorse derivanti dal fondo nazionale di sviluppo e coesione o da altre risorse nazionali esclusivamente come cofinanziamento o garanzia dei piani di investimento approvati dagli enti di governo degli ambiti.

È stata stralciata, invece, la disciplina che demandava a regioni, province autonome, enti locali, camere di commercio, università e autorità portuali l’avvio, a decorrere dal 1° gennaio 2015, di un più incisivo processo di razionalizzazione delle società e delle partecipazioni societarie direttamente o indirettamente possedute, in modo da conseguire la riduzione delle stesse entro il 31 dicembre 2015

La sensazione, insomma, è che all’orizzonte si delinei un nuovo flop. Non sarebbe la prima volta, infatti, che i tentativi di disboscare la foresta di società regionali, comunali e provinciale si risolve in un nulla di fatto.

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