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Partecipate, comuni accerchiati

Le perdite delle partecipate congelano risorse anche se le quote possedute dagli enti locali sono minoritarie. L’obbligo di accantonare in un apposito fondo vincolato riserve pari al risultato negativo fatto registrare da società e aziende speciali si applica infatti «in misura proporzionale alla quota di partecipazione».

Il che significa che se un comune detiene partecipazioni di misura variabile in più società e queste sono tutte in perdita, dovrà per ciascuna di esse congelare risorse che rimarranno vincolate fino a quando l’ente locale non avrà ripianato le perdite, dismesso la partecipazione o posto in liquidazione la società. L’emendamento del viceministro Stefano Fassina alla legge di Stabilità 2014 (anticipato da ItaliaOggi il 21/11/2013), approvato sabato dalla commissione bilancio del senato, rischia di assestare una vera batosta ai comuni.

Certo, il primo accantonamento sarà dovuto dal 2015 e il meccanismo è destinato a entrare a regime solo dal 2018, quindi ci sarà tutto il tempo per arrivare preparati all’appuntamento (o, come spesso accade, rimangiarsi tutto con un dietrofront), ma così com’è congegnata la riforma potrebbe avere effetti dirompenti sui comuni, costretti in tempi di vacche magre a privarsi di risorse preziose se vorranno continuare a mantenere in vita carrozzoni mangia-soldi.

Non a caso l’emendamento, illustrato all’Anci la scorsa settimana negli incontri al ministero dell’economia sul decreto Imu, aveva suscitato una reazione stizzita da parte dei sindaci. Cosa accadrebbe per esempio a Genova dove la municipalizzata che gestisce il trasporto pubblico locale (la Amt, contro la cui privatizzazione si è scatenata un’ondata di scioperi che ha bloccato la città per giorni) perde 36 milioni di euro l’anno? O a Roma con l’Atac che conta una voragine di 1,6 miliardi? «L’emendamento Fassina porterebbe la Capitale al default», avevano osservato i sindaci, sicuri che alla fine la proposta di modifica sarebbe stata accantonata.

E invece il viceministro è riuscito a spuntarla, rincarando la dose con la previsione che impone, dopo tre esercizi chiusi in perdita, la riduzione del 30% dei compensi del management. Dopo due anni consecutivi di bilanci in rosso i componenti del cda potranno essere revocati per giusta causa. A differenza dell’obbligo di accantonamento del fondo, che scatta anche per partecipazioni di minoranza, queste ultime due misure saranno operative solo nelle società che realizzano nei confronti degli enti partecipanti più dell’80% del valore della produzione. Dal 2017, infine, in caso di risultato negativo per quattro degli ultimi cinque esercizi scatterà l’automatica messa in liquidazione delle società (non però per quelle che gestiscono servizi pubblici locali) entro sei mesi dall’approvazione del bilancio. In caso contrario, gli atti di gestione saranno nulli e la loro adozione comporterà responsabilità erariale per i soci.

In questo quadro normativo, i comuni non potranno più tirare a campare, mantenendo partecipazioni in società-sanguisughe, ma, almeno nelle intenzioni del governo, saranno responsabilizzati e incoraggiati a prendere una decisione: risanare, vendere le quote o dismettere. Pena, finire nel baratro assieme alle società che partecipano. In questo la relazione di accompagnamento è di una chiarezza esemplare: «L’accantonamento produce una sorte di consolidamento indiretto (_) e riduce l’incentivo a rinviare la soluzione di situazioni di perdita strutturale. La possibilità di recuperare l’accantonamento in caso di dismissione o liquidazione determina un chiaro incentivo a disfarsi delle partecipazioni strutturalmente in perdita e non essenziali». Ma vediamo come funziona in concreto il meccanismo.

Dal 2015, se la società partecipata ha conseguito un risultato medio negativo nel periodo 2011-2013, il comune dovrà accantonare, in proporzione alla quota di partecipazione, una somma pari alla differenza tra la perdita conseguita e un percorso di convergenza al pareggio di bilancio da raggiungere entro il 2017. Se invece il risultato medio nel triennio 2011-2013 non è stato negativo, l’ente dovrà accantonare, sempre in proporzione alle quote, una somma pari al 25% per il 2015, al 50% per il 2016 e al 75% per il 2017 del risultato negativo conseguito nell’esercizio precedente.

Le nuove regole introdotte dall’emendamento mandano in soffitta gli obblighi di dismissione introdotti nel 2010 (dl 78), e via prorogati nel corso di questi anni, che avrebbero portato gli enti sotto i 30 mila abitanti a disfarsi delle partecipate e quelli da 30 mila a 50 abitanti a mantenere al massimo una partecipazione. Cancellate anche le norme della spending review del 2012 (dl 95) relative alla messa in liquidazione delle società pubbliche e alla soppressione di enti, agenzie e organismi partecipati da regioni, province e comuni.

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