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Parte la ricerca dei nuovi alleati

Domenica sera, ai suoi fedelissimi esultanti «per il super-risultato» nella sede della Cdu, il cancelliere Angela Merkel lo aveva promesso. «Stasera si festeggia, domani si torna al lavoro». E ieri mattina, «dopo aver dormito un’ora più del solito», ha chiamato il leader dei socialdemocratici della Spd, Sigmar Gabriel, per un primo contatto in vista del negoziato, che si preannuncia lungo e difficile, per creare la prossima coalizione di governo.
Il suo primo punto fermo, ribadito ben tre volte nella sua prima conferenza stampa dopo il successo alle elezioni di domenica, è che la politica europea della Germania non cambierà, perché «non c’è bisogno di cambiarla».
La vittoria del cancelliere, più larga del previsto, con il 41,5% dei voti (+7,7%), l’ha portata vicinissima alla maggioranza assoluta, con 311 seggi su 630, un’impresa riuscita solo a un altro leader cristiano-democratico, Konrad Adenauer nel 1957.
In questa situazione, con l’obiettivo di un «governo stabile», come ha ripetuto ieri, una grande coalizione fra Cdu/Csu e Spd è una scelta quasi obbligata, dopo il vero shock delle elezioni di domenica, il mancato ingresso al Bundestag per la prima volta dal 1949 dei liberali della Fdp, alleati dei democristiani nella scorsa legislatura, crollati al 4,8 per cento.
Come sempre, Angela Merkel gioca a carte coperte: ieri si è limitata a dire che aspetterà la riunione del direttivo dei socialdemocratici già fissato per venerdì. Per il resto, nulla: persino nella scelta del colore della giacca per la conferenza stampa – ha scherzato – ha evitato il rosso (colore della Spd), il verde (degli altri potenziali partner di governo), e il blu (già scelto il giorno prima), per optare per un color petrolio indefinito, «neutrale».
La signora Merkel sa che, per far partire il suo terzo mandato, gli ostacoli da superare non sono pochi e i tempi lunghi: nel 2005, la grande coalizione richiese 65 giorni di trattativa. Stavolta il cancelliere si presenta in posizione di forza (mentre la Spd, pur guadagnando qualcosa, al 25,7%, resta vicina al minimo storico di quattro anni fa), ma i socialdemocratici sono scottati proprio dall’esperienza del 2005, quando si infilarono in un quadriennio in cui accusarono un crollo dei consensi, fra divisioni sulle riforme del mercato del lavoro e delle pensioni e percezione da parte dell’elettorato che subissero la linea della signora Merkel.
Ieri, Gabriel ha detto che «la grande coalizione non è automatica». Buona parte della base del partito è contraria e così il candidato cancelliere sconfitto, Peer Steinbrück, un cavallo sbagliato per ammissione anche dei suoi compagni di partito. La Spd chiederà qualche prezzo, almeno nominale (come alcune delle proposte da essa stessa avanzate, già recepite dal cancelliere, come il salario minimo e maggiore spesa per il welfare; niente spazio invece per gli aumenti di tasse sui ricchi chiesti dalla Spd), sapendo che Angela Merkel a sua volta non gode di grandi alternative.
Ci sarà poi la trattativa sulle poltrone di governo, che potrebbe vedere in bilico quella del ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, il quale, di suo, non avrebbe alcuna intenzione di mollare.
L’unica altra maggioranza possibile, con i Verdi, metterebbe assieme due partiti distanti anni luce per cultura e programmi, nonostante l’abbandono del nucleare, da sempre la bandiera dei Grünen, decretato dal cancelliere dopo il disastro di Fukushima. Ieri intanto il vertice del partito si è detto pronto alle dimissioni dopo l’insuccesso al voto (fino all’anno scorso i Verdi viaggiavano sopra il 20% nei sondaggi; hanno ottenuto l’8,4%, superati anche dalla sinistra della Linke). A ogni buon conto, il leader della Csu, gemella bavarese della Cdu, Horst Seehofer, ha già detto che di accordo con i Verdi non se ne parla.
L’esame del voto rivela che l’altissima personalizzazione della campagna, insolita per la politica tedesca – tutte le carte giocate sul candidato “Angie”, nessuna sui contenuti – ha pagato per i democristiani. «Il candidato ha contato eccome», dice Peter Matuschek, dell’istituto Forsa. Secondo Richard Hilmer, sondaggista della Infratest Dilmap, ha pesato anche il senso di benessere dell’elettorato in una situazione economica favorevole, con la disoccupazione ai minimi ventennali e i salari in rialzo. Infine, la Cdu/Csu si è giovata del rientro dei voti migrati verso i liberali quattro anni fa: metà dei quattro milioni di voti persi dalla Fdp sono andati ai democristiani. Un altro campanello di allarme per la Spd in vista di una futura Grosse Koalition. La nuova legge elettorale inoltre, dice Hilmer, fa sì che un voto dato ai liberali sia un voto perso per i democristiani, al contrario del vecchio sistema. La Fdp, afferma Renate Köcher, dell’istituto demoscopico Allensbach, ha sprecato l’enorme potere che aveva (nel 2009 superò il 14% dei voti), mostrando di non saper mantenere le promesse, soprattutto in materia di riduzione di tasse. Il suo leader, il giovane Philipp Rösler, si è già dimesso, ma l’Fdp ha un problema di identità oltre che di leadership, dove dovrebbe subentrare l’ancor più giovane Christian Lindner, appena 34enne.
Intanto, la signora Merkel ha ripetuto che la linea sull’Europa (peraltro sempre appoggiata da Spd e Verdi nella scorsa legislatura) non cambia di una virgola. Riforme e «disciplina» nei Paesi deboli dell’Eurozona, miglioramento della competitività e della fiducia degli investitori seguendo l’esempio tracciato dalla Germania.

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