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Parte la corsa all’anticipo da 25 miliardi

Il passaggio in due tempi nel consiglio dei ministri di ieri, dettato dall’esigenza di un confronto con Regioni ed enti locali sul fondo complementare, chiude la fase di costruzione del Recovery Plan italiano. La corsa degli ultimi giorni permette all’Italia di presentare oggi il piano, rispettando la scadenza del 30 aprile, aperto nei giorni scorsi dal Portogallo a cui si sono aggiunte poi Francia, Germania e Spagna, e quindi di concorrere all’anticipazione di risorse che potrebbe vedere la luce in estate. In gioco per Roma, in base ai calcoli assestati sulla quota italiana della Recovery and Resilience Facility, ci sono fino a 25 miliardi, cioè il 13% dei 191,5 destinati al nostro Paese. Ma la partita vera, quella dell’attuazione, inizia ora, e nei calcoli sull’impatto macroeconomico proposti dallo stesso governo concentra le incognite principali proprio sugli effetti strutturali attesi dal piano. Vediamo perché.

Nel suo complesso, il Piano elaborato dal governo vale 248 miliardi, perché al pilastro comunitario si affianca quello costituito dal fondo complementare finanziato dallo scostamento pluriennale fino al 2033. La cifra è stata indicata dal premier Draghi nel suo intervento alle Camere. Se si guarda invece al calendario “stretto” del Next Generation Eu, che termina nel 2026, i calcoli cambiano. Sono riassunti in una tabella a pagina 250 del documento, che fissa il totale a quota 235,6 miliardi: in questo caso ai 191,5 della Recovery and Resilience Facility vanno aggiunti 30,6 a titolo di fondo complementare, perché il resto dello scostamento sarà speso dal 2027 in poi, e i 13,5 del programma React-Eu. In questo scenario i fondi destinati a programmi «aggiuntivi», cioè al di fuori di quanto già previsto dai programmi di finanza pubblica prima del Recovery, si attesta a 182,7 miliardi, compreso l’effetto anticipazione del Fondi nazionali sviluppo e coesione per 15,8 miliardi.

La girandola delle cifre è piuttosto vorticosa, ma serve a gettare le basi per i calcoli sull’impatto macroeconomico. Nelle speranze del governo l’insieme degli investimenti produce a fine piano, nel 2026, un Pil aggiuntivo del 3,6%, cioè vicino ai 70 miliardi in base all’evoluzione del prodotto nominale. Ma per arrivare all’obiettivo occorre costruire uno scenario «efficiente», in cui la scelta degli investimenti si concentra su quelli più produttivi e si accompagna allo sviluppo senza troppi inciampi dell’ambizioso programma di riforme strutturali calendarizzato dal Pnrr. Se le due condizioni non si verificano, il contributo del Piano può dimezzarsi secondo gli stessi calcoli del governo, e arrivare a fine piano a un Pil aggiuntivo dell’1,8% che ovviamente cambierebbe drasticamente il rapporto costi/benefici del Next Generation Eu sulla dinamica del debito pubblico. Le differenze fra l’ipotesi migliore e quella più modesta si allargherebbero nel corso degli anni: perché all’inizio del percorso l’effetto degli investimenti è atteso soprattutto sulla domanda aggregata, innescato prima di tutto dalla spesa per le opere pubbliche, mentre nella seconda fase l’impatto riguarda l’accumulazione di stock di capitale pubblico. Da lì dovrebbero arrivare gli effetti strutturali in termini di espansione dell’economia. Ma proprio su questo fattore si addensano le incognite maggiori del piano.

Ricapitolando, gli interventi si articolano in sei missioni e sedici componenti. Alla missione «digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura» sono assegnati 40,7 miliardi cui si aggiungono 800 milioni a valere sul programma europeo React-Eu e 8,5 miliardi del Fondo complementare nazionale. Per «rivoluzione verde e transizione ecologica» ci sono 59,3 miliardi più 1,3 miliardi di React-Eu e 9,3 miliardi di Fondo complementare. A «istruzione e ricerca» sono destinati 30,9 miliardi più 1,9 e 1 miliardo provenienti, rispettivamente, dagli altri due fondi. Alla missione «infrastrutture per una mobilità sostenibile» vanno 25,1 miliardi più 6,3 del fondo nazionale; a «inclusione e coesione» 19,8 miliardi cui si aggiungono 7,3 e 2,6 miliardi. Per la sanità, infine, 15,6 miliardi più 1,7 e 2,9 miliardi.

Per il Mezzogiorno, nel Pnrr il Governo stima investimenti per circa 82 miliardi, pari al 40% delle risorse effettivamente ripartibili per territorio. Al 40%, va detto, contribuisce in modo determinante l’anticipazione all’interno del piano di oltre 15 miliardi del Fondo sviluppo e coesione che per legge è comunque destinato per almeno l’80% alle regioni del Sud.

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