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Parte in Europa la riforma delle banche

A quattro anni dallo scoppio della crisi finanziaria, l’Europa sta valutando nuove e profonde modifiche al proprio sistema bancario. Ieri un gruppo di lavoro, presieduto dal governatore finlandese Erkki Liikanen, ha pubblicato un atteso rapporto, nel quale tra le altre cose suggerisce una separazione tra attività rischiose e attività di deposito nei singoli gruppi bancari. Il suggerimento ricorda in parte il tentativo americano di separare banca d’investimento e banca tradizionale.
Presentando brevemente il suo rapporto ieri qui a Bruxelles, Liikanen ha spiegato che separare legalmente «attività particolarmente rischiose» avrebbe come obiettivo di rendere le banche più solide e di «limitare il rischio implicito o esplicito dei contribuenti nelle contrattazioni dei gruppi bancari». Un altro suggerimento del gruppo presieduto da Liikanen è di versare bonus bancari in titoli di debito, il cui valore scadrebbe nel caso di fallimento.
Il gruppo di lavoro, voluto l’anno scorso dal Commissario al mercato unico Michel Barnier, ha presentato un rapporto che potrebbe essere la base per nuove iniziative legislative della Commissione. Ieri, Barnier non ha voluto prendere impegni, limitandosi a dire che studierà la relazione con l’obiettivo di garantire la stabilità finanziaria. Liikanen ha sottolineato tra le altre cose la necessità di riformare un sistema bancario ombra che ha cartolarizzato sistematicamente debiti e crediti.
Nel rapporto di 139 pagine, il gruppo di lavoro composto da 11 persone specifica che le attività che andrebbero separate legalmente (ringfenced in inglese, una possibile traduzione in italiano è segregate) potrebbero essere le contrattazioni in nome proprio in titoli e derivati delle banche. La separazione avverrebbe grazie a «una entità separata che può anche essere una società d’investimento o una banca» in seno allo stesso gruppo bancario.
Liikanen propone che la segregazione avvenga solo quando il volume delle contrattazioni raggiunge una certa soglia. Suggerisce che l’operazione non è necessaria quando queste attività rappresentano il 15-25% degli attivi, o non superano i 100 miliardi di euro. Il gruppo di lavoro propone inoltre di consentire il cosiddetto bail-in, la piena partecipazione dei detentori di obbligazioni e crediti alla gestione di un fallimento bancario, in modo da evitare l’uso troppo facile del denaro pubblico.
Per molti aspetti, la proposta di Liikanen e dei suoi colleghi – tra cui Marco Mazzucchelli, un ex banchiere italiano oggi visiting scholar all’MIT Sloane – è una terza via rispetto a quelle presentate in questi mesi nel mondo anglosassone. Negli Stati Uniti, l’ex governatore della Riserva Federale Volker ha proposto di vietare alle banche di speculare con i propri fondi; in Gran Bretagna, l’economista John Vickers ha suggerito una separazione più netta, con l’aggiunta di speciali cuscinetti di capitale.
Dietro alla scelta di Liikanen c’è la difficoltà delle autorità americane di separare nella realtà contrattazioni in conto proprio dalle contrattazioni per conto dei clienti. Il rapporto è stato accolto negativamente dall’Association of Financial Markets: «Non crediamo che nuovi cambiamenti alla struttura dell’industria bancaria siano necessari», ha detto il suo presidente Simon Lewis. Le proposte di Liikanen riguarderebbero banche come Bnp Paribas, Barclays e Deutsche Bank.
Dal canto suo, Thierry Philipponnat, il segretario generale dell’associazione Finance Watch ha commentato: «Come tutti i sussidi, l’azzardo morale provoca distorsioni del mercato. È nell’interesse di tutte le imprese – piccole e grandi – che l’Unione europea affronti le distorsioni economiche attraverso corrette riforme strutturali (…) I problemi legati alla struttura bancaria, alla sue attività e alla sua taglia sono state profondamente negative per l’economia dell’Unione».

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