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Parte il Green Deal europeo Inquinare sarà più costoso

Inquinare sarà più costoso. Almeno in Europa. E non riguarderà solo le fabbriche ma anche il trasporto e il riscaldamento domestico. In vista del Green Deal europeo, la grande riforma ambientalista dell’Unione europea, che sarà presentata il 14 luglio dalla Commissione, iniziano a circolare le prime bozze del provvedimento. Certo, non definitive e sulle quali si aprirà una delle più grandi battaglie tra i 27 paesi membri e anche le proteste più ferme di industrie e produttori. Ma l’obiettivo di tagliare del 55 per cento le emissioni entro il 2030 resta. E una parte del progetto riguarda appunto le emissioni da combustione fossile, il carbone. Che produce anidride carbonica e gas serra.Da quasi venti anni vige un sistema, quello dell’ETS (Emission Trade Scheme), che ha introdotto una sorta di “autorizzazioni” a inquinare. Si tratta di “buoni” che permettono di emettere CO2 e che possono essere scambiati e venduti in una specie di Borsa dedicata a questo mercato. Naturalmente non riguarda tutti gli stabilimenti produttivi, ma quelli più grandi. Per capirci in Italia riguarda circa 1200 siti che generano il 40 per cento di tutti i gas serra del nostro Paese.Il meccanismo, dunque, fino ad ora prevede un tetto a questa sorta di “crediti” con dei meccanismi penalizzanti e premianti. Si comprano e nel caso se ne utilizzino di meno possono essere venduti. Se al contrario l’utilizzo è superiore scatta una sorta di multa. In più è prevista una “riserva” che rappresenta un “calmieratore” dei prezzi al contrario. Perché l’obiettivo è quello di non far scendere troppo il prezzo della CO2. Contemporaneamente esistono anche delle quote gratuite, finalizzate a scoraggiare la delocalizzazione degli impianti nei Paesi che non sottostanno a queste regole.Bruxelles, dunque, vuole rivedere tutto questo sistema e stabilire un prezzo anche sull’inquinamento causato da navi, trasporto su strada e riscaldamento, oltre che centrali elettriche, fabbriche e aerei.Nella bozza, allora, si prevede una prima misura drastica: la riduzione “una tantum” delle autorizzazioni.La quantità dei permessi, poi, ogni anno diminuirà. E con il tempo il ritmo del taglio sarà sempre più rapido. Le percentuali non sono state ancora fissate. È evidente che questo è il frutto di una trattativa ancora in corso. Così come l’ampliamento della cosiddetta “riserva di stabilità del mercato” dell’ETS. Quella camera di compensazione che punta a tenere alto il prezzo dei “crediti inquinanti”. Nell’ultimo anno, ad esempio, il costo è salito ai massimi: 56 euro per tonnellata. Ma l’obiettivo sarebbe quello di assorbire nella riserva almeno un quarto dei permessi.Un’altra misura punta a eliminare in maniera selettiva (ad esempio chi dimostra di aver ridotto le emissioni potrebbe ottenerne ancora sotto forma di incentivo) anche le autorizzazioni gratuite: non si fissa ancora una data per l’operatività di questa clausola. Nello stesso tempo dovrebbe essere fissata una tassa per chi importa beni prodotti con metodi che generano inquinamento da anidride carbonica. In particolare acciaio e cemento. Un modo per cercare di offrire parità di condizioni alle aziende europee rispetto a quelle extracomunitarie.Una delle novità, come si diceva, riguarda il trasporto marittimo. Che verrà sì sottoposto al sistema anti-inquinamento. Ma, insieme al riscaldamento abitativo, sarà ricompreso in un mercato separato degli ETS dal 2026.Il tutto sarà ancora oggetto di una vera e propria battaglia politica. Le preoccupazioni di molti Paesi, infatti, si concentrano sui costi sociali che questa riforma comporterà. Basti pensare alla Polonia, la più grande consumatrice di carbone dell’Unione. Introdurre queste misure significa anche incidere sul mercato del lavoro. Ossia provocare un bel pò di disoccupazione. O anche sulla capacità di spesa delle famiglie più fragili (per loro è già stato ipotizzato l’istituzione di un fondo). Difficilmente, allora, sarà possibile affrontare questa svolta senza un aiuto economico. E probabilmente non basteranno i soldi stanziati a questo riguardo nei Recovery fund di tutti i 27.

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