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Parmalat, ultimo duello sul prezzo Usa

Parmalat, «il prezzo non è giusto». Per nessuno. Non lo è per il commissario «ad acta», Angelo Manaresi, che nell’acquisto di Lactalis Usa vede ancora 46,25 milioni di dollari di troppo rispetto allo sconto di 134 milioni su cui si sono già accordate le parti. Non lo era nemmeno per Emmanuele Besnier, patron di Lactalis, che, alla fine, ha dovuto riconoscere l’opportunità di un «aggiustamento». E, ironia della sorte, non lo è nemmeno per Angelo Provasoli, chiamato dal board Parmalat, che ha firmato con Pietro Mazzola un documento che rimette in discussione il range originario di prezzo, portandolo da 760-960 a 810-860 milioni di dollari. Sarà forse per questo che in questi giorni il titolo è uno dei pochissimi che ha tenuto botta. Solo il 28 marzo scorso l’azione di Collecchio aveva timidamente toccato 1,99 euro. Comunque un ottimo guadagno rispetto ai 1,6 euro tenuti nell’ultimo anno. Poi qualcosa è successo e continua a succedere: Collecchio ha ritoccato pochi giorni fa quota 2,53 a un passo dai 2,6 euro dell’Opa del luglio 2011.

La materia è incandescente, perché la Procura di Parma, oltre a quella civile, ha avviato un’indagine penale sul dossier dopo la denuncia dell’azionista Amber. E districarsi non è facile vista la sintassi: dal documento di Provasoli emerge che «l’analisi di ragionevolezza» è stata affidata a Boston Consulting Group. Considerando che Provasoli era stato chiamato a esprimere un «parere tecnico sulle metodologie adottate da Mediobanca nella fairness opinion», a sua volta fatte proprie dal consiglio di amministrazione Parmalat, si capisce come quella che si sta consumando sia una guerra di carte bollate che si intrecciano come una catena del Dna. Sul tavolo degli imputati c’è il meccanismo di valutazione del prezzo, giudicato «articolato» dallo stesso tecnico: l’applicazione di un multiplo di 9,5 all’ebitda consultivo 2012 con rettifiche varie. Provasoli conferma la «ragionevolezza con i limiti e le difficoltà estimative lungamente affrontate» del range e dei multipli. Ma allo stesso tempo scrive che il prezzo sulla base della strategia operante, cioè «prescindendo dalle attese di miglioramento delle performance risultanti dalla strategia internazionale elaborata dal management di Lag», è tra gli «810 e 860 milioni». Dunque meno dei 904 milioni pattuiti prima dello sconto. E comunque sopra i 774 milioni che alla fine sono stati pagati e accettati dallo stesso Besnier. Nella seconda relazione del commissario si legge che Besnier ha riconosciuto «l’opportunità di un aggiustamento del prezzo a favore di Parmalat» e che «il business plan era molto sfidante e si trattava di un cambiamento strategico non semplice da realizzare». Resta da capire in cosa continui a credere il mercato (i 134 milioni sono infatti già stati bonificati a Collecchio usando il conto revolving di Société Générale il 13 giugno): forse che, oltre al possibile rientro di altri 46,25 milioni, i Besnier, ormai provati dalla guerra di nervi, possano sul serio considerare il delisting della società per importare la strategia usata in Francia per Lactalis. Il silenzio.

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