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Parmalat rinnova i vertici. I fondi contestano Lactalis

I fondi rientrano nella stanza dei bottoni di Parmalat e danno battaglia al padrone Lactalis. Un ritorno al passato per il nuovo consiglio di amministrazione del big alimentare italiano, quando, dopo il crack di Calisto Tanzi, era stato per sette anni una public company. Amber, il fondo americano playmaker a Piazza Affari (in questi giorni impegnato anche nella partita su Impregilo), piazza due pedine e il suo ingresso è stato anticipato da una bocciatura al bilancio 2011. Non è stato il solo, peraltro. Contro la gestione Lactalis si sono schierati anche l’avvocato Dario Trevisan, storico rappresentante dei piccoli soci nelle assemblee, e Labruca Global Fund (titolare di un impercettibile 0,14 per cento ma significativo di uno scontento diffuso). Tutti hanno votato contro i conti.
Le minoranze hanno contestato il management, la scarsa trasparenza della società e soprattutto la controversa operazione Lactalis America (Lga), accusata di essere un’acquisizione in conflitto di interesse con il solo scopo, per l’azionista, di impadronirsi del tesoretto di Parmalat. Nel mirino è finito anche l’aumento di stipendio per il collegio dei sindaci, critica che Lactalis si è vista costretta ad accogliere, auto-bocciando la sua stessa proposta.
Alla prima assemblea dei soci del colosso alimentare targata Lactalis, iniziata con un ricordo delle vittime del terremoto da parte del presidente Franco Tatò, è andata in scena una contestazione della gestione francese che si è materializzata in un 2,4 per cento di voti contrari al bilancio; approvato comunque grazie all’83% del capitale in mano a Lactalis. In ogni caso, Umberto Mosetti capolista di Amber e il secondo candidato Antonio Mastrangelo (ex membro del collegio sindacale di Parmalat), saranno i nuovi consiglieri delle minoranze in un cda blindato da Lactalis. Se però l’anno scorso Lactalis aveva monopolizzato il board, piazzando tutta la sua lista di 11 membri (tra cui cinque indipendenti), ora in consiglio ci sarà una voce antagonista che ha già dimostrato di non gradire le decisioni dei francesi. Diversamente da quanto inizialmente voluto dai francesi, il cda avrà una durata regolare, di tre anni. Non cambia invece il ponte di comando, con Tatò confermato presidente (indipendente) e il luogotenente di Lactalis, Yvon Guerin, amministratore delegato. Per loro, però, aumenterà il compenso: da 1,3 milioni, la retribuzione complessiva del board è stata aumentata dall’azionista Lactalis a 2 milioni. Per la prima volta dal suo arrivo in Italia, poi, Guerin ha tenuto un discorso (in italiano), elogiando il suo operato, che ha aumentato «fatturato e margini» di Parmalat e auspicando che l’azienda «ritrovi la propria vocazione industriale»:
Ma il grosso della discussione, e delle polemiche, ha ruotato sull’acquisizione infragruppo della cugina Lactalis America, criticata come costosa, inutile e frettolosa, motivata dalla sola necessità di Lactalis di usare la cassa di Parmalat per ripagare i suoi debiti. L’unico vantaggio industriale è che Parmalat sfrutterrà i marchi Galbani e President in America Latina per 20 anni. Dal prospetto però si apprende che Parmalat usa circa 700 milioni della sua cassa per aumentare di appena un centesimo gli utili per azione (da 0,1 a 0,11 euro il pro-forma 2011). Parmalat da sola fa 170 milioni di profitti: con LAG, che però dimezza la liquidità disponibile, il numero salgono ad appena 188 milioni. «Era davvero la migliore acquisizione sul mercato? Non c’era nessun’altra azienda disponibile da comprare? Io credo di no, una Valsoia sarebbe costata molto di meno e sarebbe stata molto più sinergica» ha contestato Marco Pedretti di Azione Parmalat. A nome della società, il presidente Franco Tatò, ha respinto ogni accusa difendendo la bontà dell’operazione: «È un buon affare per la società, vedremo tra un anno se sarà stata giusta».

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