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Parmalat, Lactalis al timone Tatò nominato presidente

di Simone Filippetti

Lactalis espugna Parmalat. Da ieri, ufficialmente, il tricolore francese sventola sopra l'ex impero di Calisto Tanzi, a otto anni dal crack più grande nella storia d'Europa: senza troppa fatica il colosso alimentare d'Oltralpe fa «en plein» in assemblea e impone il suo management al principale produttore di latte italiano.

Si chiude definitivamente l'era di Enrico Bondi, il risanatore di ferro che ha salvato Parmalat, e quella della public company. Inizia la terza vita di Parmalat e avrà il volto di Franco Tatò. Sarà infatti "KaiserFranz", decano dei manager italiani (ex Mondadori, Enel ed Rcs) con una fama di duro al pari di Bondi, il nuovo presidente del gruppo di Collecchio. Il colosso lattiero francese, che ha scalato Parmalat arrivando fino al 29% e poi ha lanciato un'Opa, ieri ha imposto la sua linea nel corso di un'assemblea di fatto senza storia e senza opposizione. Con il 46,8% del capitale presente, Lactalis ha ottenuto il 62,7% dei voti.

Tutto secondo copione. Alla famiglia Besnier, che ieri nello stile ossessivamente schivo e super-riservato della casa si è tenuta alla larga dall'appuntamento, vanno nove consiglieri su undici nel nuovo consiglio di amministrazione orfano di Bondi. Due consiglieri se li aggiudicano le minoranze, coagulate attorno alla lista di Assogestioni. Il ponte di comando del primo gruppo alimentare italiano sarà composto, oltre che da Tatò, da Antonio Sala (candidato per il ruolo di amministratore delegato), Marco Reboa, l'avvocato d'affari Francesco Gatti (il legale di Lactalis in Italia), Daniel Jaouen, Marco Jesi, Olivier Savary, Riccardo Zingales e Ferdinando Grimaldi. A rappresentare i fondi nel board saranno Gaetano Mele, ex manager Rcs, e Nigel Cooper. Non è riuscito il colpo. La "lista fantasma", invece, è rimasta tale: i tre fondi, titolari del 15% di Parmalat poi venduto a Lactalis, non hanno ritirato la loro lista, sebbene ormai non più azionisti, e hanno raccolto solo una manciata di voti.

Sarà però un consiglio breve: la durata è stata fissata, su proposta dell'avvocato Gatti (a nome dei Besnier), a un solo anno. Una decisione che lascia pensare a un board di transizione, un interim in attesa di trovare un assetto manageriale definitivo, dove però sarà difficile non pensare a un ruolo per Sala. Il plenipotenziario di Lactalis (ex numero uno della Galbani) vanta un'esperienza decennale nell'industria e nessuno conosce meglio il mercato alimentare in Italia. Per l'amministratore delegato in pectore la nomina potrebbe arrivare già oggi: ieri non era previsto che l'assemblea affidasse le deleghe (nemmeno la nomina del presidente era in agenda, è stata aggiunta in extremis solo per permettere la convocazione del cda secondo la procedura tradizionale) e quindi un board apposito lo dovrà fare.

Poco meno del 30% è bastato dunque ai francesi per avere in mano l'assemblea ed eleggere il suo cda. E anche bocciare la proposta del vecchio cda, targato Bondi, di modificare lo statuto e assegnare azioni gratuite.

Ma non è detto che questo sia una garanzia di tranquillità per il futuro. Perché l'assemblea ha mostrato anche che Lactalis non ha la maggioranza assoluta: la carica dei 620 azionisti presenti, pari al 18%, ha raccolto il 34% dei voti, quanto basta per costituire una minoranza di blocco. Cosa che potrebbe costituire un ostacolo se Lactalis, come ventilato nel prospetto, vorrà conferire alcuni suoi asset dentro Parmalat. Nel qual caso lo statuto prevede il voto di un comitato di tre consiglieri indipendenti, in quanto operazione con parte correlata, e quindi potenzialmente sfavorevole ai francesi. Se vorrà cambiare lo statuto, Lactalis avrà bisogno di una maggioranza più consistente. A questo punto l'esito dell'Opa diventa cruciale: Lactalis avrà bisogno di almeno il 50% più un'azione per avere la tranquillità di non subire ribaltoni in caso di assemblee straordinarie. I francesi, anche se non l'hanno mai ammesso ufficialmente, sperano in cuor loro in adesioni al lumicino (perché significa indebitarsi il meno possibile per spesare l'Opa), ma ha bisogno di racimolare almeno un 21% di titoli. Un risultato possibile, ma col tasso di adesioni che va a rilento qualcuno spera ancora in un colpo di scena: un rialzo del prezzo dell'offerta a 2,8 euro. Diversa, invece, la "speranza" di Sergio Cusani. In qualità di azionista ha chiesto «di destinare una parte dell'utile ad un dividendo sociale a beneficio di quei risparmiatori che hanno perso tutto per colpa di Parmalat».

 

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