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Parmalat: la nuova svolta nel segno delle banche

di Stefano Righi

 

Gli ingredienti ci sono tutti. Due antichi navigatori dei mari della finanza. Una nobile casata che è riuscita a rinascere dalle proprie ceneri. Soprattutto c’è il tesoro a cui tutti ambiscono: una cassa contenente 1,4 miliardi di euro in contanti. La storia recente di Parmalat è tutta qui. Messe alle spalle le vicende della scellerata gestione di Calisto Tanzi, che in forza della sentenza della corte di Cassazione della scorsa settimana eviterà il carcere dopo il fallimento del dicembre 2003, oggi il gruppo risanato e partecipato da alcuni grandi fondi internazionali è al bivio tra la gestione del risanatore Enrico Bondi, 76 anni, e un futuro diverso al quale sta lavorando Carlo Salvatori, 70 anni, attuale presidente di Lazard Italia. Nel mezzo, come detto, i 1.400 milioni di euro. Che farne? Muro contro muro I fondi Zenit, Skagen e Mackenzie, che assieme controllano il 15,3 per cento del capitale, dal 2008 hanno messo gli occhi sul nuovo tesoro di Collecchio, che l’amministratore delegato Bondi ha costituito mettendo alle strette alcune banche e ottenendo circa 2 miliardi di risarcimenti. La strategia dei fondi è chiara ed ispirata alla loro stessa natura: quell’enorme liquidità non può continuare a essere parcheggiata in titoli di Stato, o viene investita, sostengono i fondi, in acquisizioni industriali o viene restituita agli azionisti. Tertium non datur . Bondi è di avviso contrario: le acquisizioni vanno bene, ma devono essere funzionali al disegno industriale di Parmalat e soprattutto le aziende target non possono essere strapagate. E poi c’è lo statuto sociale che vieta la distribuzione di una quota superiore al 50 per cento degli utili. Quindi, fermi tutti e via al piano di avvicinamento all’assemblea del 12, 13 e 14 aprile che potrebbe consegnare a Bondi il terzo mandato consecutivo da amministratore delegato, dopo gli anni da commissario. Variabili esterne Al faccia a faccia assembleare si potrebbe anche non arrivare. Sono diverse le forze che si stanno muovendo per trovare una soluzione non aggressiva e rispettosa dei legittimi interessi di tutti. Se da un lato i fondi l’hanno messa giù dura, indicando in Rainer Masera il presidente di garanzia ideale per raggiungere i loro obiettivi nel dopo Bondi e lo stesso amministratore delegato sembra voler armare le sue truppe per puntare alla presidenza, ci sono possibilità di mediazione. A queste stanno lavorando Mediobanca, che del gruppo di Collecchio ha poco meno del 2 per cento e Banca Intesa Sanpaolo che arriva al 2,438 per cento e che è anche azionista di Granarolo (vedi altro articolo in pagina, ndr). Mediare come? Per ora sottotraccia, alla ricerca di una strada percorribile. Intesa ha spesso rivendicato il suo ruolo di banca di sistema e i link non mancano. Masera è stato amministratore delegato e presidente del Sanpaolo di Torino, prima della fusione proprio con Intesa. Salvatori è stato amministratore delegato di Banca Intesa e vicepresidente di Mediobanca. Inoltre, nel suo attuale ruolo di presidente della piccola Banca del Monte di Parma è risultato essere un fattore nella cessione della banca emiliana a Intesa, business concluso lo scorso ottobre con il passaggio del 51 per cento delle azioni della banca a Cà de Sass in cambio di 159 milioni per la Fondazione parmense venditrice. Riusciranno gli affari di ieri a mitigare le tensioni di oggi? C’è chi evidenzia come all’opera ci sia anche Gianni Letta, che potrebbe proiettare Bondi verso uno dei colossi di Stato con cda in scadenza. Di suo, il manager aretino evidenzia come in tre anni Parmalat abbia distribuito 790 milioni di dividendi e l’avvenuta riapertura della causa da 10 miliardi di dollari contro i revisori della Grant Thornton, ma è chiaro che con una proprietà frammentata come quella di Parmalat presentarsi in assemblea contro oltre il 15 per cento delle azioni equivale ad aver già perso la partita. Lo sa bene Bondi, che nel 2008 venne eletto in una lista che esprimeva il 6,8 per cento del capitale. Per questo l’azione dei sostenitori della linea dell’amministratore delegato vuole essere preventiva. Filosofie Nel muro contro muro, parecchi hanno da perdere. Soprattutto perché lo scontro evidenzia non solo interessi, ma filosofie diverse davanti al business . Il rapacismo dei fondi è nella loro natura. Hanno una funzione, la svolgono. Mentre il capitalismo mediato è difficile da sostenere e mostra tutti i propri limiti in una public company dove il nocciolo duro, rappresentato proprio dai fondi, è rapace per definizione. Un nuovo equilibrio è possibile? Restano due mesi per decidere il futuro del gruppo di Collecchio e di un titolo che torna ad avere appeal per i risparmiatori.

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