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Parmalat, i fondi lasciano fuori Bondi

di Massimo Sideri

MILANO — Il «Bondi ter» è in bilico. Un gruppo di fondi che avrebbe già raccolto circa il 17%del capitale della Parmalat — non poco in una public company con un flottante superiore al 76%— sta preparando una lista in vista del rinnovo del consiglio in agenda per aprile che sostanzialmente azzera l’intero board attuale. Per l’amministratore delegato, Enrico Bondi, si tratterebbe del terzo rinnovo consecutivo dopo il periodo da commissario straordinario e il salvataggio della ex società di Calisto Tanzi. Nella lista dei fondi, peraltro, allo stato attuale non ci sarebbe posto nemmeno per il direttore generale Antonio Vanoli, ex amministratore delegato del gruppo Ferrero che alcune voci davano in pole position per il dopo-Bondi. Vanoli era stato chiamato per il rilancio industriale del gruppo dopo la fine della fase dei contenziosi con le banche che per anni hanno rappresentato un’arteria significativa portando in cassa oltre 2 miliardi di euro. Ma il manager fin dalle prime battute era entrato in rotta di collisione con lo stesso Bondi oltre che con alcuni investitori bancari. Nel capitale, con quote sopra il 2%, risultano M a c k e n z i e con i l 7 , 5 %, Blackrock con il 6,8 e Skagen con il 5 oltre a Norges Bank con il 2 e Intesa Sanpaolo con il 2,4. Bondi, anche se non pubblicamente, avrebbe fatto sapere di essere disponibile per il rinnovo su richiesta del mercato. L’attuale board è composto anche da Raffaele Picella, presidente e uomo di fiducia del manager aretino, Vittorio Mincato, Marzio Saà, Erder Mingoli, Ferdinando Superti Furga, Marco De Benedetti, Piergiorgio Alberti, Andrea Guerra, Carlo Secchi e Massimo Confortini. Per ora non sono trapelati i nomi della nuova lista che potrebbero provenire da esperienze internazionali. Al lavoro risulterebbe anche l’avvocato Dario Trevisan che già nell’ultima assemblea aveva fatto sapere di poter rappresentare il 17%del capitale. Il quorum costitutivo per le assemblee, che storicamente si tengono a Parma dopo il pranzo dalle (ex) Sorelle Picchi, è del 20%in terza convocazione. Per far passare la propria lista è necessario il 50%dei presenti (+1). La linea dei fondi sarebbe quella di spingere sullo sviluppo dell’azienda di Collecchio anche attraverso delle acquisizioni. Ma non solo: anche il tessuto industriale italiano andrebbe riorganizzato per fronteggiare un core business, quello del latte, che sta attraversando un generale declino a causa di costi sempre più alti e concorrenza sempre più agguerrita da parte dei no labels. In passato Bondi aveva fatto sapere di voler crescere anche attraverso una o più acquisizioni, forte di una ricca cassa da 1,4 miliardi di euro. Nessuna operazione significativa è mai stata portata a termine. Ma il vero punto contestato dai fondi a Bondi nelle precedenti assemblee ha sempre riguardato la questione dei dividendi. Per statuto— sul punto sono state presentate già montagne di carte bollate — il gruppo non può distribuire più del 50%degli utili. In assenza di grandi operazioni i soci hanno più volte chiesto una maggiore distribuzione di cedole. Non è dunque possibile escludere a priori che la strategia dei fondi possa essere quella di mettere pressione al manager per convincerlo a cedere su questo punto. Anche se è difficile immaginare un passo indietro da parte del manager, notoriamente arroccato sulle proprie posizioni. Tra i rumor in circolazione c’è anche quello di una possibile convocazione straordinaria assembleare prima dell’appuntamento di aprile. Peraltro, Bondi ha appena incassato la possibile riapertura della causa miliardaria negli Usa contro Grant Thornton. Un punto che potrebbe tornare a sua vantaggio visto che l’impianto della causa era stato pensato da lui.

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