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Parmalat, Geronzi e Arpe condannati dopo il crac

di Giuseppe Guastella

MILANO — Dopo la condanna di luglio a 4 anni a Roma per il crac Cirio, l'ex presidente di Capitalia, Mediobanca e Generali Cesare Geronzi viene condannato a Parma ad altri 5 anni di reclusione per bancarotta fraudolenta ed usura nel processo Ciappazzi, uno dei filoni della vicenda Parmalat, il gigante agroalimentare sprofondato in un buco da 14 miliardi di euro
Con Geronzi, il Tribunale di Parma ha condannato a 3 anni e 7 mesi per la sola bancarotta l'ex ad di Capitalia Matteo Arpe (entrambi ricorreranno in appello). Geronzi, quando arrivò alla Cassa di risparmio di Roma, fu protagonista di una serie di privatizzazioni che portarono alla costituzione della Banca di Roma, di cui divenne presidente impegnandosi nella nascita di Capitalia (formata da Banca di Roma, Bipop e Banco di Sicilia) di cui affidò ad Arpe la ristrutturazione. Poi i rapporti tra i due si incrinarono fino alla rottura. Capitalia passò ad Unicredit e Geronzi assunse la presidenza di Mediobanca e poi delle Generali di cui ora presiede la fondazione.
I giudici, presidente Pasquale Pantalone, hanno rimodulato le richieste del pm Vincenzo Picciotti, che per Geronzi voleva una condanna di due anni superiore e per Arpe aveva chiesto 13 mesi in meno. Il Tribunale ha poi condannato a 4 anni Alberto Giordano, vicepresidente Banca di Roma, a 3 anni e 4 mesi l'ex consigliere Fineco Group Riccardo Tristano, a 3 anni e tre mesi Eugenio Favale, allora dirigente Banca di Roma, Antonio Muto, ex dirigente Fineco Group, e Roberto Monza, che era direttore centrale Banca di Roma, e a 3 anni l'ex responsabile recupero crediti di Mediocredito centrale Luigi Giove. Gli imputati, se condannati definitivamente, dovranno anche risarcire centinaia di risparmiatori che investirono su Parmalat. Per la procura, Geronzi impose a Parmalat di acquisire dal gruppo di Ciarrapico l'azienda di acque minerali Ciappazzi per 15 milioni, un prezzo gonfiato rispetto al valore della società che era in forte perdita e che fu pagato da Parmatour con un finanziamento a tassi d'usura imposto a Calisto Tanzi facendo leva sul suo estremo bisogno di soldi dovuto all'indebitamento che stava divorando il gruppo. Si trattava di un complesso espediente, ha detto Picciotti nella requisitoria, con il quale Banca di Roma sarebbe rientrata a sua volta dalla forte esposizione che aveva accumulato nei confronti del gruppo di Ciarrapico. Un affare concluso dopo una lunga e laboriosa trattativa con 50 milioni di euro passati dalla banca a Parmalat e dall'azienda di Collecchio a Parmatour attraverso un'operazione «dissennata» che contribuì ad allargare la voragine Parmalat.
«È una sentenza profondamente ingiusta», dichiara il difensore di Geronzi, il professor Ennio Amodio secondo il quale «la posizione del banchiere è stata equiparata erroneamente a quella dell'imprenditore, come se chi finanzia un'impresa potesse essere a conoscenza degli illeciti posti in essere dalla società». Per il legale, inoltre, non c'è conferma che Geronzi abbia dato «il benché minimo contributo personale al finanziamento di Parmalat e all'acquisto dell'azienda Ciappazzi». Se ci si deve ridurre a «un'acritica adesione alle tesi dell'accusa, allora, è meglio riconoscere apertamente che a fare giustizia nel nostro Paese sono i Pubblici ministeri», conclude Amodio. Matteo Arpe parla di condanna «non meritata» e «paradossale» perché la sentenza «riconosce la mia estraneità alla vicenda e dunque mi assolve», ma «nello stesso tempo sarei colpevole per un finanziamento a Parmatour al quale mi ero opposto, che è stato deliberato in mia assenza e che non avrei potuto impedire neppure ex post».
Il 2011 si conferma anno da dimenticare per Geronzi e per Tanzi, personaggi che negli anni '90 catalizzavano l'attenzione del mondo della finanza e dell'impresa. Ma se il primo ha ancora a disposizione appello e Cassazione per ribaltare le sentenze, da maggio il secondo, a 72 anni, sconta in carcere 8 anni e 30 giorni per aggiotaggio.
 

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