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Parmalat dieci anni dopo. L’ultimo segreto nell’hangar

Dieci anni fa un comune di 14 mila abitanti, Collecchio, scopriva di essere l’epicentro del più grande crac della storia europea. I numeri del caso Parmalat furono catastrofici: 200 mila tra azionisti e obbligazionisti coinvolti e 14 miliardi di euro di buco – come l’intera legge di Stabilità 2013 – senza contare i due miliardi di capitalizzazione di Borsa andati in fumo. Ancora oggi è un record tristemente ineguagliato in termini finanziari anche fuori dai nostri confini. Di quella stagione rimangono tre magazzini a San Michele Tiorre con 300 mila dossier segreti e i cimeli dell’epoca. Oggi non c’è persona che non sappia cos’è la Parmalat, non solo in Italia: il nome è un sinonimo di crac, ma anche di rinascita come l’Araba Fenice. Eppure – non va dimenticato – anche al tempo tutti la conoscevano: il gruppo di Collecchio era riuscito a presentarsi, seppure con molti sotterfugi, quale una vera multinazionale, nota dall’Australia al Brasile e giù fino al Sud Africa. Campioni come Niki Lauda e Roberto Baggio sono stati testimoni dell’epoca d’oro in cui un latte italiano era famoso in buona parte del mondo. Il brand compariva anche nel documentario americano The corporation . Per certi versi la Parmalat è stato forse l’ultimo capitolo del sogno di una grande industria nazionale capace di dare un’identità e un passaporto al Paese. Ed è in questo senso che il decennale dovrebbe farci riflettere sull’industria e la politica industriale del Paese. Certo, guardandoci intorno troviamo ancora le grandi società pubbliche come l’Eni, l’Enel e le Poste e i brand protagonisti della globalizzazione, come Ferrero e Luxottica. E anche la Parmalat in definitiva, come ha ricordato il risanatore Enrico Bondi nel documentario realizzato per il Corriere.it, è la storia di un grande successo nella sua seconda vita, una rinascita che in molti dovrebbero invidiarci.
Il 7 dicembre del 2003, una domenica, poteva essere una data da scolpire su un epitaffio, ma in parte non è stato così. Con recuperi superiori per i piccoli obbligazionisti anche al 50% la rielaborazione del lutto, per quanto sofferta, ha creato un precedente che nemmeno gli Stati Uniti (si pensi a WorldCom o Enron) possono vantare. Semmai, l’errore è non essersi accorti in tempo che una società risanata senza debiti e con un miliardo e mezzo di cassa investita in Bot e Btp sarebbe diventata facile preda di industrie straniere. A volere giudicare dalla scalata di Lactalis, magari mettendola in relazione con la recente conquista spagnola di Telecom Italia, si potrebbe giungere alla conclusione che il tema chiave sia quello dell’italianità, la difesa della bandiera sopra i tetti delle aziende. Ma questo è più l’effetto che la causa, alimentato dalla sindrome da figli di un dio minore di cui spesso soffriamo.
Tornare oggi a Collecchio può essere una lezione anche per questo: l’attaccamento del territorio per l’imprenditore che ancora oggi come emerge dal documentario è chiamato per nome, Calisto, nonostante le responsabilità accertate e i danni, si spiega anche con la mancanza di nuovi punti di riferimento. Il successo della fiction televisiva su Adriano Olivetti ne è un altro indizio importante, per quanto totalmente diverso in quanto relativo a un grande imprenditore illuminato. Il problema è che, tramontata quella Prima Repubblica di cui il rapporto tra Ciriaco De Mita e Tanzi è stato espressione, il grande assente della storia italiana è stata la politica industriale: finito lo Stato “Pantalone” e venuta meno la stagione di rapporti diretti tra politici e imprenditori non sempre trasparenti, la politica ha perso la capacità di difendere l’esistente e di parlare una lingua convincente che fosse capace di sostenere una nuova idea di industria, sempre più erratica e per certi versi infedele alla nazionalità, come quella digitale. L’Italia è stata risucchiata dalla politica «tout cour» o dalla sua ombra riflessa sul fondo della caverna. Ed è per questo che sfogliando il libro dei sogni dell’industria ci vengono ancora oggi in mente una Parmalat che prima del 2000 si poteva comprare il Brasile, una Telecom Italia che poteva osare un approccio per comprare la Apple di Steve Jobs e, ancora, una Olivetti che ci aveva visti in grado di competere per un attimo con colossi come l’Ibm sui personal computer. Una Spoon River della politica industriale.
Il problema rimane da dove ripartire.

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