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Parmalat, addio alla sede del crac

di Massimo Sideri

MILANO — La sede originale del crac Parmalat, quella in via Oreste Grassi al centro di Collecchio immortalata nel dicembre del 2003 dalle foto sui giornali e dai tg con l’arrivo della Finanza, è in vendita. Qui il padre di Calisto Tanzi, Melchiorre, aveva avviato nel dopoguerra la propria attività, un salumificio. E sempre qui Tanzi figlio e Fausto Tonna avevano pensato, progettato e attuato la «truffa» del secolo con tanto di documenti falsi fatti con il cut and paste di Word. Il dossier è tra quelli che il nuovo amministratore delegato Yvon Guérin si troverà a gestire dopo l’estate. Un progetto anche più ampio di dismissioni immobiliari non strategiche da 200 milioni (nel carnet Parmalat ci sono anche dei terreni romani) era stato presentato come imminente agli analisti nel marzo scorso dal direttore finanziario, ora dimissionario, Pierluigi De Angelis. Ma, appunto, tutto era stato congelato con l’arrivo dei tre fondi esteri Skagen, Zenith e MacKenzie e le vicissitudini che hanno visto quel pacchetto del 15,3%passare nelle mani della famiglia Besnier, che poi ha lanciato un’Opa conclusa all’inizio di luglio. Alcuni contatti con imprenditori locali per lo sviluppo immobiliare e la trasformazione da uffici in residenze degli 8 mila metri quadrati — grazie anche a un progetto di riqualificazione del comune di Collecchio seguito dal sindaco Paolo Bianchi — c’erano già stati in gran segreto alla fine dell’anno scorso. De Angelis stesso aveva parlato in marzo di una possibile plusvalenza complessiva da 100 milioni. Soldi che ora potrebbero tornare utili ai francesi che devono gestire l’indebitamento monstre per la scalata. Ma è presumibile che i nuovi azionisti vogliano rivedere tutto il processo dall’inizio, frenata immobiliare permettendo. Per la città finita sui giornali di tutto il mondo per il crac il passaggio della vendita potrebbe avere un valore catartico, anche se la scritta Parmalat marrone sopra l’ingresso degli uffici era stata fatta sparire già da qualche tempo da una mano pietosa. Nei locali in via Grassi era rimasta solo la sede legale della Assuntore, la società che doveva gestire per l’amministrazione straordinaria le azioni da «conservare» per eventuali reclami e creditori in ritardo. Ma la stessa Assuntore era già stata trasferita in vista della dismissione. La Parmalat nuova, quella risanata da Enrico Bondi e ora controllata da Lactalis, era stata trasferita nella nuova sede nella periferia subito dopo il crac. Tanzi negli ultimi due anni prima del crac, nonostante la situazione catastrofica dei conti che lui ben conosceva e che avrebbe lasciato sulle spalle di azionisti e creditori un buco da 14 miliardi, aveva avviato un progetto faraonico ancora oggi ben visibile vicino ai campi del Parma Calcio, allora di proprietà della famiglia. Si trattava di una architettura gigantesca a forma di basilica a croce latina, voluta dall’ex patron in virtù del proprio cattolicesimo. Alcuni architetti avevano anche nutrito qualche dubbio sulla tenuta: una sorta di «Sagrada Familia» industriale a Collecchio. È probabile che il patron avesse pensato a una sorta di cattedrale nel deserto anche per giustificare «visivamente» i numeri mondiali della multinazionale del latte uht i cui profitti da vendita sembravano non dovere finire mai. Lo scheletro di quei lavori mai completati si trova accanto all’attuale sede del gruppo che, dopo il crac, ne ha usato una piccola parte finendo i lavori. Il resto dovrebbe essere passato alle banche creditrici. Ma è difficile pensare a un uso di un terreno così ampio a Collecchio ora che la Parmalat non è più una multinazionale pur essendo una società risanata e importante. Il gruppo di Collecchio ha di recente completato dei nuovi uffici di proprietà a Milano, proprio dietro il Tribunale. Quelli storici in piazzetta Erculea erano in affitto e già la gestione Bondi aveva deciso di scioglierne i contratti di locazione. Si tratterà di capire se i manager francesi, Guérin in primis, preferiranno la vitale Milano alla pacifica periferia di Collecchio. Ironia della sorte De Angelis aveva anticipato che i 100 milioni di plusvalenza sarebbero potuti andare agli azionisti. Ora che l’ 83,3%della società è dei Besnier la questione è un puro particolare.

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