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Il Parlamento umilia May. Ora il «no deal» è più vicino

Ancora una sconfitta per Theresa May: e una umiliazione che rende più difficile il cammino della Brexit. Ieri il Parlamento di Westminster ha bocciato a larga maggioranza — 303 voti contro 258 — una mozione del governo con cui la premier chiedeva appoggio per la sua strategia volta a rinegoziare con Bruxelles i termini dell’uscita di Londra dalla Ue.

A fare lo sgambetto alla May sono stati i deputati dell’ala euroscettica del suo stesso partito conservatore: timorosi che la premier volesse togliere dall’equazione la possibilità di un no deal, ossia di una Brexit durissima, senza accordi con l’Europa. Per questi apostoli della rottura netta, a un accordo pasticciato è preferibile un divorzio brutale, costi quel che costi.

La bocciatura della mozione governativa non ha effetti pratici diretti, ma manda un segnale politico devastante. A metà gennaio la premier si era vista respingere sonoramente in Parlamento l’accordo che aveva faticosamente negoziato con Bruxelles: da allora la sua strategia è stata quella di convincere gli europei a fare delle concessioni in grado di rendere digeribile ai suoi deputati una versione rivista dell’accordo, in particolare con la modifica delle clausole di salvaguardia per l’Irlanda del Nord.

Due settimane fa il Parlamento britannico, abbastanza a sorpresa, aveva espresso appoggio a questa strategia: così la May, in questi giorni, ha provato a dire agli europei che, se le avessero concesso quello che chiedeva, era in grado di far finalmente passare l’accordo a Westminster. Ma il voto di ieri ha smascherato il suo bluff: ora la premier è a mani vuote nella trattativa e non si vede perché gli europei dovrebbero cedere, visto che non c’è alcuna garanzia di via libera a Londra.

Una situazione di stallo che accresce le possibilità di un no deal. Anche perché ieri da Downing Street facevano capire che la May non ha nessuna intenzione di far rivotare l’accordo a breve, se non c’è una ragionevole garanzia di successo. Dunque si slitta verso marzo: ma incombe la data del 29, quando la Brexit avverrà automaticamente, accordo o non accordo. C’è chi accusa la May di voler dilazionare la resa dei conti fino all’ultimo momento, magari fino a dopo il vertice europeo del 21 marzo: ma è una strategia rischiosissima, rischia di condurre al no deal accidentale. A meno che, come qualcuno chiede, non si decida di rinviare tutto.

Intanto la premier britannica riprende, fin da oggi, la sua frenetica diplomazia telefonica, nel tentativo di convincere gli europei a venirle incontro. E va notato che, almeno fino a ieri, queste consultazioni avevano del tutto saltato l’Italia: la May aveva trovato il tempo di conferire addirittura con i leader di Cipro e di Malta, oltre che con romeni, austriaci e altri Paesi di questa taglia. Ma non aveva mai composto il prefisso telefonico di Roma. Da Downing Street assicurano comunque che è solo una questione di agenda e che le telefonate continuano.

Luigi Ippolito

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