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Parigi sfida Bruxelles sul rigore

Circostanze eccezionali. È questa la formula magica, prevista dai Trattati, alla quale Parigi cerca di appigliarsi per provare a convincere la Commissione europea e i partner, Germania in testa, a dare il via libera ai suoi conti disastrati. E alla decisione, ormai formalizzata nella Finanziaria 2015, di rinviare per l’ennesima volta – la terza in sei anni – l’obiettivo della riduzione del deficit al di sotto del mitico 3% del Pil. In nome dello slogan “serietà sì, austerità no” ribadito ieri dal ministro delle Finanze Michel Sapin. Alla vigilia della delicata audizione al Parlamento europeo del commissario francese agli Affari economici, l’ex ministro Pierre Moscovici.
Le circostanze eccezionali sono rappresentate da una crisi che si prolunga e si traduce in una crescita 2014 dello 0,4% (dopo due anni allo 0,3%) e che non dovrebbe superare l’1% nel 2015. Mentre l’inflazione rimane anch’essa a livelli straordinariamente bassi: una cosa buona per i consumatori ma pessima per le entrate dello Stato e comunque sintomo di un’economia stagnante.
Ecco perché la Francia prevede un deficit al 4,3% del Pil l’anno prossimo (dopo il 4,1% del 2013 e il 4,4% del 2014), con lo spostamento di due anni (al 2017) del target 3 per cento. L’impatto sul debito, che ha appena superato la soglia simbolica dei 2mila miliardi, è conseguente: al 95,3% del Pil quest’anno, salirà al 97,2% il prossimo e al 98% nel 2016.
Il problema è che i conti non tornano. Se infatti si prende in considerazione il deficit strutturale, depurato cioè dagli effetti congiunturali, il suo ritmo di diminuzione è deprimente: 2,5% del Pil l’anno scorso, 2,4% quest’anno e 2,2% il prossimo. Con la prospettiva dell’azzeramento spostata dal 2017 al 2019, ben oltre la fine del mandato di François Hollande. Sfortuna vuole (per Parigi) che sia ormai questo l’indicatore sul quale si concentra l’attenzione degli occhiuti esperti della Commissione. E per loro – come per i colleghi tedeschi – questi numeri significano semplicemente che la Francia non ha fatto, o almeno non abbastanza, sul fronte delle riforme strutturali in grado di liberare il suo potenziale di crescita.
Difficile non essere d’accordo. Sulla base dell’esperienza quotidiana (dall’incredibile protesta dei piloti di Air France ai tentennamenti su misure come il libero accesso alle professioni regolate o l’apertura serale e domenicale dei grandi esercizi commerciali) ma anche scorrendo le cifre della Finanziaria. Com’è possibile che siano state fatte le grandi riforme annunciate, da quella fiscale a quella sul recupero di efficienza della pubblica amministrazione, se la pressione fiscale scenderà al ritmo ridicolo dello 0,1% nei prossimi anni (dal 44,7% del 2014 al 44,4% del 2017). E la spesa pubblica rimarrà anche l’anno prossimo saldamente al di sopra del 56 per cento?
Già, la spesa pubblica. Il Governo ribadisce il taglio di 50 miliardi in tre anni (21 l’anno prossimo), spiegando quant’è coraggioso e come basti da solo a dimostrare che «Parigi rispetta gli impegni che prende», come ha detto Sapin. Il fatto è che, al di là della vaghezza che ancora circonda i provvedimenti finalizzati a ottenere questa riduzione, non si tratta di tagli come tutti noi intendiamo normalmente questo vocabolo (e cioè una diminuzione di una cosa) bensì di un rallentamento – forte, è vero – della progressione della spesa che ci sarebbe in assenza di interventi. La spesa pubblica, insomma, continuerà a crescere. Sia pure dello 0,2% rispetto all’1,7% tendenziale.
La Francia dovrà quindi battagliare per ottenere un nuovo disco verde alla propria indisciplina e alle tante promesse da marinaio. Ben sapendolo, continua a difendersi attaccando. La Germania, ovviamente. Come ha fatto Sapin dicendo che «la Francia si è assunta le proprie responsabilità, ora spetta all’Europa fare altrettanto, a partire dai Paesi in surplus».
Alla fine è probabile che si troverà un accordo e che a Parigi verrà evitata l’onta delle sanzioni. Ma la Francia diventerà sempre più un sorvegliato speciale, per evitare che l’anno prossimo vada in onda un altro sequel di questo film un po’ stucchevole. A maggior ragione con l’Alto consiglio delle finanze pubbliche, organismo indipendente della Corte dei conti francese, che ha già avvertito: la Finanziaria è costruita su una previsione di crescita 2015 «eccessivamente ottimistica».

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