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A Parigi sale la pressione per trovare una via d’uscita

Serve l’abilità di un funambolo per riuscire a tenere ancora unito il filo tra Parigi e Cologno Monzese ed evitare che il duello tra Mediaset e Vivendi sfoci in una guerra. Lo «strappo» arriverà in Tribunale, non c’è dubbio. Il consiglio del Biscione è obbligato a denunciare la mancata esecuzione del contratto su Mediaset Premium da parte di Vivendi, a tutela dell’azienda e dello stesso board che al contrario potrebbe rischiare l’azione di responsabilità. Ma non è certo per un motivo formale che a Cologno stanno preparando le carte per il ricorso, in sede civile e penale. L’irritazione è forte, più per le modalità con cui Vincent Bolloré ha cambiato le carte in tavola che per la richiesta di rivedere gli accordi.

Ma non è una guerra giudiziaria che vogliono i contendenti. Per questo, sebbene sottile e sfilacciato, il filo del dialogo è ancora unito e un accordo rimane possibile. A condizione, però, che venga data esecuzione al contratto di aprile. Che è vincolante e non permette scappatoie. Poi si può pensare a modificarlo, ma a condizione che restino invariati i cardini: il valore economico e la valenza industriale dell’alleanza, suggellata dallo scambio del 3,5% del capitale tra Mediaset e Vivendi.

Criteri che però la nuova proposta arrivata lunedì da Parigi non rispetta. Ma, a quanto pare, l’offerta di rilevare solo il 20% di Premium e di affiancare Fininvest nel controllo di Mediaset, era in una scelta obbligata per Bolloré, dopo che la verifica effettuata ex post da Deloitte aveva sollevato dubbi sul valore di Premium. A fronte di un impairment test sarebbe stato necessario svalutare la pay-tv del Biscione. E Bolloré non può permetterselo. Lo avrebbe anche fatto presente a Pier Silvio Berlusconi giovedì scorso, quando si sono incontrati, spiazzando il vicepresidente di Mediaset e provocando la dura reazione della famiglia Berlusconi.

Bolloré è presidente del consiglio di sorveglianza di Vivendi e socio con il 15%. Non è il padrone e nel capitale del gruppo francese i fondi internazionali, inclusi gli attivisti, hanno un peso importante. Dopo la previsioni di 400 milioni di perdite per Canal+ nel 2016, lo stop dell’Antitrust all’accordo con BeIn Sports, il canale sportivo di Al Jazeera che avrebbe portato in dote importanti diritti sul calcio, e la perdita potenziale di 1,6 miliardi accumulata su Telecom, una svalutazione di Premium avrebbe rischiato di mettere in discussione la strategia di Bolloré. E di scatenare un attacco degli attivisti, che conoscendo anche i legami tra la famiglia Berlusconi e il finanziere bretone — presenti in Mediobanca — e la vicinanza di entrambi a Tarak ben Ammar (consigliere dei Piazzetta Cuccia, di Vivendi e socio in passato di Berlusconi in molte iniziative), avrebbero avuto gioco facile nel contestare a Bolloré di aver fatto un favore all’amico. La pressione sarebbe uno dei motivi che ha indotto a firmare un accordo vincolante, salvo fare dopo le verifiche.

La strada per ricostruire il progetto è in salita, non c’è dubbio. Ma si può fare. Mediaset non avrebbe convenienza a rompere con il primo azionista di Telecom Italia, considerando quanto è importante la banda larga per lo sviluppo della pay-tv. E a Parigi sono disposti a ragionare su tutte le opzioni pur di non far saltare il deal. Ma più del 20% di Premium subito, Vivendi non può prendere, altrimenti dovrebbe consolidarla. Il bond potrebbe per esempio essere rimborsato girando a Vivendi tutta Premium tra due o tre anni, o riconoscendo una quota di capitale inferiore al 15% previsto dalla nuova offerta.

Insomma un accordo si può ricostruire. I «pontieri» sono al lavoro. Ma prima va onorato il contratto e superata la forte irritazione della famiglia Berlusconi. La lettera di Marina (pubblicata nella pagina precedente) e le parole di Pier Silvio non lasciano molto spazio alle interpretazioni. La strada adesso è davvero tutta in salita.

Federico De Rosa

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