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Parigi e Berlino frenano sui BTp

di Fabio Pavesi

I più compassati la chiamano disaffezione, i più preoccupati non usano mezzi termini e la definiscono fuga. Del resto se fuga non è, poco ci manca con l'Europa dei capitali ormai divisa in due. Con Francia e Germania a limitare fortemente, e non da ieri, l'esposizione al debito dei Paesi dell'area debole dell'eurozona. Il fenomeno è tutto nei numeri – è nei dati della Bri – e riguarda da vicino l'Italia. Dalla crisi Lehman in poi la Francia e le sue istituzioni finanziarie hanno dimezzato l'esposizione al debito del nostro Paese. Oggi sono poco più di 37 miliardi di euro, tre anni fa erano 67,7 miliardi. Trenta miliardi in meno investiti in titoli italiani. E che dire della Germania? I tedeschi erano esposti per 324 miliardi nell'anno del crack Lehman oggi quei miliardi sono scesi a 203. Sommate le due cifre ed ecco fuggiti dal Belpaese, e solo dai due paesi-guida dell'Unione monetaria, ben 151 miliardi, quasi un decimo del parco titoli pubblici del Tesoro italiano. E il fenomeno riguarda noi, ma in genere tutta l'area dell'Europa meridionale. Il problema è che la fuga è a senso unico. I Paesi del Nord Europa, l'area dei «virtuosi» abbandonano le posizioni nell'Europa meridionale «viziosa», che invece continua a comprare debito del Nord. L'Italia tuttora ha debito francese per 317 miliardi e 123 miliardi di debito tedesco. Del resto c'è poco di cui stupirsi. Con l'aria che tira dallo scoppio della crisi greca in poi (ma in realtà già da prima) si tende sempre più a ritirare capitali laddove il rischio è più elevato. E in fondo il taglio del 50% sui bond greci, chiesto agli investitori esteri, è lì come un monito pesante a dire che investire nei bond del Sud Europa ha grossi rischi di perdite. Banche francesi e tedesche hanno pagato caro con svalutazioni miliardarie l'acquisto di titoli ellenici. E domani potrebbe toccare a Italia e Spagna. A complicare la situazione le nuove regole imposte dagli stress test dell'Eba. Se i titoli governativi, indipendentemente dal fatto che siano detenuti fino a scadenza, vengono d'ora in poi valutati a prezzi di mercato, perché accollarsi questo rischio aggiuntivo? Così la pensano le grandi banche estere e forse anche i governanti di Francia e Germania. Ma la pensano così i grandi fondi monetari americani forti di una potenza di fuoco per 1.500 miliardi di dollari che l'estate scorsa hanno azzerato l'esposizione su Italia e Spagna e diminuito del 44% sulla Francia. Ma il polso della «disaffezione» ai bond dei Piigs (quindi Italia compresa) la danno soprattutto le grandi banche di matrice anglosassone. Da giugno a settembre tra banche francesi e britanniche sono usciti altri 12 miliardi dai titoli pubblici italiani. Un'emorragia vera e propria. Per fortuna compensata in parte dagli acquisti «nazionalistici» delle banche e del risparmio gestito italiano. Dalla crisi Lehman in poi solo nelle gestioni patrimoniali di banche, Sgr e Sim i titoli di Stato italiani si sono incrementati di 40 miliardi, da 131 miliardi del 2008 ai 172 miliardi attuali. E così l'estero fugge e gli italiani suppliscono. Fino a quando? In ogni caso lo spettro nuovo che si aggira per l'Europa si chiama neo-protezionismo finanziario. Meglio i bond di casa che quelli altrui, soprattutto se sono dei Paesi viziosi. Un precedente pericoloso.

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