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Pari opportunità, sgravi alle aziende virtuose

Massima trasparenza sulla condizione della donna nel mercato del lavoro, affinché si possano conoscere (e affrontare) i casi di disparità salariale («gender pay gap») e accertare il rispetto nelle aziende pubbliche e private delle medesime opportunità tra uomini e donne, alle quali dev’esser garantito poter salire sull’ascensore sociale (e, dunque, far carriera) senza che l’appartenenza al «gentil sesso» sia considerata un ostacolo. È quel che si prefigge di raggiungere il testo unificato delle proposte di legge di parlamentari di vari schieramenti (la prima delle quali della deputata del Pd Chiara Gribaudo, anche relatrice del provvedimento) che modifica l’articolo 46 del codice delle pari opportunità (il decreto legislativo 198 dell’11 aprile 2006); la norma già impone alle imprese sopra i 100 dipendenti di redigere un fascicolo sulla gestione del personale sulla base di uno schema del ministero del Lavoro, «noi abbiamo abbassato la soglia alle imprese dai 50 addetti in su», racconta l’esponente di centrosinistra a ItaliaOggi.

«Non è dato sapere quali aziende presentano il rapporto, né quante vengono sanzionate per inadempienza», eppure tali dossier «rappresenterebbero uno strumento formidabile per le consigliere di parità di ogni territorio, alle quali già oggi le occupate possono rivolgersi per ottenere i loro diritti», perciò, in nome della trasparenza, viene inserita una certificazione per chi rispetta i parametri di parità, una sorta di «bollino rosa» da assegnare alle aziende «virtuose», alle quali, prosegue, «vogliamo garantire uno sgravio contributivo dell’1% annuo nel limite di 50.000 euro annui». Gribaudo, illustrando il testo all’attenzione dell’XI commissione di Montecitorio, «col quale andremo presto in Aula», esprime un desiderio: la legge si approvi rapidamente, «sarebbe davvero bello farlo quest’anno, nel 100° anniversario della nascita di Nilde Iotti». E, conclude, se «l’articolo 3 della Costituzione recita che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini», la deputata ricorda che fu la prima presidente della Camera a voler inserire l’espressione «di fatto», perché «sapeva che non sarebbe bastato scrivere sulla Carta che uomo e donna sono pari».

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