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Parcelle, liti risolte in camera

L’ordinamento giuridico generale e speciale stabilisce, accanto all’obbligo del mandante/committente di retribuire il proprio difensore, anche il diritto di opporsi alla quantificazione del relativo compenso.

Si applicherà, pertanto, il procedimento camerale quando l’opposizione a decreto ingiuntivo concerna soltanto il quantum della pretesa dell’avvocato.

È quanto stabilito dalla seconda sezione civile della Corte di cassazione, sez. II civile, con la sentenza n. 1212 dello scorso 18 gennaio 2017.

Nella stessa sentenza i giudici di piazza Cavour hanno aggiunto anche che, in ossequio anche ad un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, la speciale procedura di liquidazione dei compensi per le prestazioni giudiziali degli avvocati in materia civile, regolata dagli artt. 28 e ss. della legge 13 giugno 1942, n. 794, non sia applicabile quando la controversia riguardi non soltanto la semplice determinazione della misura del corrispettivo spettante al professionista, bensì anche altri oggetti di accertamento e decisione, quali i presupposti stessi del diritto al compenso, i limiti del mandato, l’effettiva esecuzione delle prestazioni e la sussistenza di cause estintive o limitative della pretesa azionata, poiché il procedimento ordinario è il solo previsto e consentito per la definizione di tali questioni, sicché, in questo caso, l’intero giudizio deve concludersi con un provvedimento che abbia forma e sostanza di sentenza, impugnabile con l’appello (tra le più recenti, Cass. sez. II, sentenza n. 21554 del 13/10/2014).

Inoltre, per la liquidazione del compenso per l’esercizio della professione forense, quello che è determinante per l’accoglimento della a domanda dell’avvocato è la documentazione, ovvero, la prova non equivoca dell’effettività della prestazione professionale, indipendentemente dalla correttezza della denominazione di tale attività indicata nella parcella.

 

QUALE TARIFFA APPLICABILE

Per quanto, poi, riguarda l’individuazione della tariffa applicabile all’attività professionale svolta dall’avvocato, i giudici della Cassazione civile (sez. III, 20/10/2016, n. 21256) hanno affermato che dovrà farsi riferimento al momento in cui si considera conclusa la prestazione del legale. E tale momento coincide con la sentenza di primo grado.

Quindi, i compensi professionali, regolati dal dm n. 140/2012, andranno ad applicarsi in tutti quei casi in cui la liquidazione giudiziale sia intervenuta dopo l’entrata in vigore del decreto, a condizione che in tale data la prestazione professionale non sia ancora stata completata.

Ed, inoltre, qualora, dunque, il grado cui devono essere liquidate le spese si sia concluso quando erano ancora vigenti le tariffe professionali di cui al dm n. 127 del 2004, è quest’ultimo che governa la liquidazione. Si osserva, infatti, che «il giudizio di primo grado sfocia in una sentenza idonea a concludere ogni accertamento processuale passando in giudicato, essendo sotto il profilo del rito una mera eventualità l’impugnazione della pronuncia».

Tale lettura offerta dagli Ermellini discende dai principi generali della successione delle leggi nel tempo.

 

IMPUGNAZIONE TRA APPELLO E CASSAZIONE

Sempre in tema di compensi per le prestazioni giudiziali degli avvocati, gli stessi giudici della Cassazione, nel 2016 (Cassazione civile, sez. VI, 12/12/2016, n. 25480) hanno osservato come il provvedimento con cui il giudice adito, a conclusione di un processo iniziato ai sensi degli artt. 28 e seguenti della legge n. 794 del 1942, non si limiti a decidere sulla controversia tra l’avvocato ed il cliente circa la determinazione della misura degli onorari, ma pronunci anche sui presupposti del diritto al compenso, relativi all’esistenza e alla persistenza del rapporto obbligatorio, può essere impugnato con il solo mezzo dell’appello e non invece con il ricorso per cassazione trattandosi di questioni di merito, la cui cognizione non può essere sottratta al doppio grado di giurisdizione.

Nella sentenza del 2016, sulla base degli atti difensivi, risultava che il convenuto non si fosse limitato a far valere in giudizio questioni attinenti le sole tariffe forensi, ma aveva contestato anche l’esistenza del rapporto obbligatorio.

Inoltre, qualora, dunque, il grado cui devono essere liquidate le spese si sia concluso quando erano ancora vigenti le tariffe professionali di cui al dm n. 127 del 2004, è quest’ultimo che governa la liquidazione.

 

CHI È OBBLIGATO A PAGARE L’AVVOCATO?

Restando sempre in tema di obbligazioni, la stessa Cassazione (Cassazione civile, sez. III, 30/09/2016, n. 19416) ha avuto modo di osservare che obbligato a corrispondere il compenso professionale all’avvocato per l’opera professionale richiesta non è necessariamente colui che ha rilasciato la procura alla lite, potendo anche essere colui che abbia affidato al legale il mandato di patrocinio, anche se questo sia stato richiesto e si sia svolto nell’interesse di un terzo.

E invero, hanno sottolineato i giudici, potrebbe anche capitare che una parte, la quale debba essere rappresentata e difesa in un giudizio destinato a svolgersi in una città diversa da quella della propria residenza, non conoscendo legali di quel foro, si rivolga a un professionista della propria città, e che sia poi quest’ultimo a metterla in corrispondenza con un legale del foro ove deve aver luogo il processo, al quale la parte conferisce il mandato ad litem. Pertanto sarà possibile che la parte abbia inteso intrattenere un rapporto di clientela unicamente con il professionista che già conosceva, e abbia conferito al legale dell’altro foro soltanto la procura tecnicamente necessaria all’espletamento della rappresentanza giudiziaria: sicché il mandato di patrocinio in favore di quest’ultimo non proviene dalla parte medesima, bensì dal primo professionista, che ha individuato e contattato il legale del foro della causa e sul quale graverà perciò l’obbligo di corrispondere il compenso.

È, altresì, vero che potrebbe anche verificarsi che la parte abbia inteso direttamente conferire ad entrambi i legali il mandato di patrocinio (oltre che la procura ad litem). Ed è evidente che, in siffatta ipotesi, secondo i giudici della Cassazione, è appunto la parte ad essere tenuta al pagamento del compenso professionale, e non invece il primo legale. L’accertare, di volta in volta, in quale di tali diverse situazioni si verta integra dunque, con ogni evidenza, una questione di fatto, che come tale è rimessa alla valutazione del giudice di merito e, se decisa in base ad adeguata e logica motivazione, si sottrae ad ogni possibile vaglio in sede di legittimità.

 

QUANDO SARÀ DOVUTA L’IVA

Restando in tema di quantum, in rapporto anche a situazioni di evidente natura obbligatoria, il Tar (Napoli, (Campania), sez. VII, 1/9/2016, n. 4145) ha avuto modo di affermare che l’Iva non è dovuta al legale che difende sé stesso in giudizio, poiché è un’ipotesi di autoconsumo fuori campo Iva ex art. 3, comma 3, dpr n. 672 del 1973: non può ovviamente invocare, come il legale distrattario (cui invece spetta), un diritto di rivalsa contro il cliente. In ogni caso, in quanto titolare di partita Iva, ha diritto alla detrazione di tale imposta.

Secondo la giustizia amministrativa, pertanto, il difensore dovrà emettere fattura con addebito anche dell’Iva solo nei confronti del proprio cliente, atteso che l’obbligo di adempimento del relativo onere per il soggetto soccombente trova titolo esclusivamente nella statuizione di condanna contenuta nella sentenza, anche in assenza di espressa pronuncia in ordine al tributo. Rileva, tuttavia, che nei casi in cui il cliente vincitore, destinatario della fattura, sia soggetto passivo d’imposta e la vertenza inerisca all’esercizio della propria attività di impresa, arte o professione, egli ha titolo di recuperare l’imposta, della quale subisce la rivalsa non solo giuridica ma anche economica, in sede di esercizio del diritto di detrazione previsto dall’art. 19 del richiamato dpr n. 633 del 1972.

Maria Domanico

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