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Paradossi quella sbandata della finanza per i bitcoin

Nata come sistema alternativo, decentrato e libertario, a quello bancario, la tecnologia blockchain («catena di blocchi») sta diventando popolare proprio nel mondo della finanza tradizionale. Ma allo stesso tempo viene reinterpretata e sperimentata per mille usi in altri campi. È «la macchina della fiducia» che può trasformare il modo in cui tutta l’economia funziona, l’ha definita l’ Economist .
La storia
La sua prima applicazione era stata la moneta virtuale bitcoin, in circolazione dal 2009. Ora le aziende di credito che maneggiano i soldi «veri» hanno scoperto che possono usarla per rendere più veloci, sicure e meno costose le transazioni finanziarie. Secondo uno studio fatto dall’istituto spagnolo Santander insieme ai consulenti di Oliver Wyman e all’investitore di venture capital Anthemis, entro il 2022 con la blockchain le banche potranno risparmiare dai 15 ai 20 miliardi di dollari l’anno in spese di infrastrutture per i pagamenti internazionali, il trading di valori mobiliari e il rispetto delle norme regolamentari.
Per questo un gruppo di 25 istituzioni finanziarie di tutto il mondo, dalla svizzera Ubs alle americane Goldman Sachs e JpMorgan, compresa l’italiana Unicredit, ha investito in R3 Cev, una delle 300 startup che stanno sviluppando prodotti per l’industria dei servizi finanziari partendo dalla blockchain . In tutto, nei primi nove mesi del 2015, queste startup hanno ricevuto investimenti per 462 milioni di dollari, il doppio dell’anno scorso, secondo Coindesk, una newsletter specializzata su bitcoin.
Sul nuovo business scommettono le più famose società di venture capital americane, come Andreessen Horowitz nella Silicon Valley e Union square ventures a New York. E in questo settore ha deciso di cominciare una sua seconda carriera l’ex regina dei derivati Blythe Masters, fino all’anno scorso responsabile della divisione commodities di JpMorgan. Ora Masters è diventata la responsabile di Digital asset holding, una startup newyorkese che usa il sistema blockchain «per colmare il divario fra Wall Street e il mondo in veloce sviluppo della valuta digitale», ha spiegato la quarantaseienne di origini britanniche. Persino il Nasdaq, il mercato azionario elettronico, intende usare la blockchain per il proprio circuito di trading in azioni di società non ancora quotate.
Scambi
Questo ingresso di Wall Street nel loro terreno non piace ai promotori originali di bitcoin e della tecnologia che c’è dietro. E che può essere definita come una rete peer-to-peer (una rete tra pari) di computer. Quindi è un sistema completamente decentrato e open source , aperto alla partecipazione di chiunque, senza la possibilità che qualcuno ne prenda il controllo. Grazie alla crittografia, i file — che rappresentano informazioni — sono sicuri e possono essere scambiati sotto il controllo non di un’autorità centrale, ma con l’approvazione di almeno il 50% dei partecipanti alla «catena di blocchi». Tutte le transazioni sono registrate in modo trasparente sulla blockchain , che è una sorta di libro mastro pubblico, aperto al controllo di tutti ma protetto in modo da non poter essere modificato.
Scambio di «file»
La moneta virtuale bitcoin viene scambiata appunto come un «file» ed è ormai considerata come una valuta legittima anche dalle banche centrali, nonostante la cattiva fama guadagnata per il modo in cui può essere usata — per comprare di tutto in modo anonimo su Internet, anche droga e operazioni di killeraggio sul «dark net» — e per la volatilità delle sue quotazioni, arrivate a 1.120 dollari nel gennaio 2014, poi scese a 250 e ora rimbalzate a oltre 400.
Gli altri tipi di file scambiabili con la blockchain possono riguardare qualsiasi tipo di transazione fra persone: proprietà immobiliari, beni di lusso, oggetti d’arte. E ci sono già esperimenti in corso per usare questa tecnologia come una specie di notaio diffuso: l’Honduras e la Grecia pensano di adottarla al posto del vecchio catasto, di solito arretrato e inaffidabile. La startup Everledger la impiega per rintracciare la provenienza dei diamanti.
Le banche invece sono interessate a una differente versione della blockchain : puntano a costruire network «chiusi», dove solo chi è invitato può partecipare. R3 Cev è un tentativo in questa direzione: l’ha fondata a New York l’anno scorso il cinquantunenne David Rutter, ex ceo della piattaforma elettronica di trading Icap, e le banche aderenti vogliono sviluppare un’architettura standardizzata per blockchain «private». In questo modo pensano di velocizzare le procedure interne di registrazione di tutti gli scambi, tagliare i costi e insieme rispettare le regole di sicurezza imposte dalle autorità.
La dialettica fra i libertari e Wall Street sul modo di intendere la «catena dei blocchi» è destinata a durare a lungo. L’importante è che possa continuare liberamente la sperimentazione delle sue enormi potenzialità.

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