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Paradisi fiscali Ue autolesionisti

Il dumping fiscale realizzato da alcuni Paesi europei, come Olanda, Irlanda, Lussemburgo e Regno Unito, mina l’Europa stessa. L’allarme arriva dal presidente dell’Antitrust, Roberto Rustichelli, nel corso della sua prima relazione annuale alla Camera, che non esita a definire «veri e propri paradisi fiscali» tali Paesi. «Questo tipo di malsana competizione è frutto di egoismi nazionali e rischia di incrinare i valori che hanno finora sorretto il processo di integrazione europea», avverte il numero uno dell’Authority. Gli investimenti internazionali si adattano alla geografia della concorrenza fiscale. «L’Italia», evidenzia Rustichelli citando il rapporto «Aggressive tax planning indicators» della Commissione Ue, «attira investimenti esteri diretti pari all’19% del pil; il Lussemburgo pari a oltre il 5.760%, l’Olanda al 535% e l’Irlanda al 311%. Valori così elevati non trovano spiegazione nei fondamentali economici di tali Paesi, ma sono in larga parte riconducibili alla presenza di società veicolo». Le imprese a controllo estero rappresentano oltre un’impresa su quattro del Lussemburgo, mentre generano il 73,6% del margine operativo lordo complessivo prodotto dalle imprese in Irlanda a fronte del 12,7% in Italia. Uno studio commissionato dal ministero delle finanze olandese, prosegue il presidente dell’Antitrust nella sua relazione, mostra che i soli flussi finanziari (dividendi, interessi e royalties) che attraversano le società di comodo olandesi ammontano a 199 mld di euro (il 27% del pil del Paese). «Ma se alcuni Paesi ci guadagnano, è l’Unione europea a perderci, visto che i gruppi multinazionali reagiscono alla concorrenza fiscale localizzando le loro imprese più profittevoli proprio nei paesi europei con una tassazione più favorevole», spiega Rustichelli, e «ciò non solo drena risorse dalle economie in cui il valore è effettivamente prodotto, ma riduce nel complesso la capacità della collettività di raccogliere risorse, in tal modo impedendo una più equa tassazione dei profitti delle imprese». «A questo proposito, l’Italia è certamente uno dei Paesi più penalizzati», secondo il numero uno di piazza Verdi che ha citato il caso Fca. «Si pensi, ad esempio», ha detto, «al rilevante danno economico per le entrate dello Stato causato dal recente trasferimento della sede fiscale a Londra di quella che era la principale azienda automobilistica italiana, nonché dal trasferimento della sede legale e fiscale in Olanda della società sua controllante». «I valori in gioco sono di estremo rilievo», ha sottolineato Rustichelli: «La concorrenza fiscale genera esternalità negative che costano a livello globale 500 mld di usd l’anno, con un danno per l’Italia stimato tra i 5 e gli 8 mld di usd l’anno».

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