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Paradisi fiscali, coinvolte 28 banche tedesche

Nell’elenco decine di istituti europei – Indagini in Francia, Spagna, Usa, in bilico il premier islandese
Una pioggia di inchieste fiscali e penali in Europa e Oltreoceano è il primo, dirompente effetto della pubblicazione dei Panama Papers. Insieme alla consapevolezza che l’elenco sterminato di conti e società offshore a disposizione di schiere di élite globali negli ultimi quarant’anni sferra un colpo alla credibilità del sistema finanziario mondiale oltre che a 72 tra leader in carica o ex.
Negli 11 milioni e mezzo di documenti custoditi dallo studio legale panamense Mossack Fonseca e passati da un informatore al quotidiano Süddeutsche Zeitung compaiono i nomi di banche importanti: svizzere, inglesi, italiane, tedesche. Secondo l’agenzia Bloomberg vengono citate Hsbc e Ubs, Credit Suisse, Société Générale, Royal Bank Of Scotland (salvata con denaro pubblico nel 2008). Ci sono Ubi e Unicredit. In Germania 28 istituti di credito, incluse Deutsche Bank e Commerzbank, avrebbero fatto ricorso allo studio di Panama City. E diverse migliaia di privati tedeschi.
La prima a muoversi è stata la vigilanza bancaria della Svezia. La Fsa ha contattato le autorità lussemburghesi per raccogliere notizie sull’operato di Nordea, il più grande istituto del paese, e verificare se abbia davvero aiutato alcuni clienti a emigrare in paradisi fiscali. «Prendiamo la cosa estremamente sul serio» è stato il commento di un funzionario della Fsa.
Le autorità fiscali in Australia sono al lavoro sugli oltre 800 nomi di cittadini australiani racchiusi nei file; François Hollande ha annunciato un’inchiesta sui mille nominativi francesi tra i quali spicca Frederic Chatillon, collaboratore di Marine Le Pen. Nel giro di poche ore la procura nazionale per i reati finanziari ha detto di aver aperto un’indagine preliminare per riciclaggio e frode fiscale aggravata.
A Madrid magistrati e ministero delle Finanze verificheranno l’esistenza di «presunte attività criminali di riciclaggio di denaro». Particolare attenzione dedicheranno a Leo Messi, il fuoriclasse del Barcellona, argentino residente in Spagna, pure lui con società offshore. Anche il fisco italiano vuole vedere i documenti mentre India e Stati Uniti verificano la posizione dei propri cittadini.
Il giorno dopo lo squarcio aperto sul network mondiale delle 214mila società offshore legate a persone di 200 paesi, i diretti interessati smentiscono, si nascondono dietro il diritto alla privacy o tacciono, come i cinesi. A Londra il coinvolgimento del padre di David Cameron sta alimentando una polemica aspra tanto che un’imbarazzatissima Downing Street si è trincerata dietro tre sole laconiche parole: «Un affare privato». Vladimir Putin, invece, ha gridato al complotto della Cia per destabilizzare la Russia, liquidando così transazioni per due miliardi di dollari riconducibili alla cerchia dei suoi più fidati amici.
Il premier islandese Sigmundur Gunnlaugsson è sulla graticola delle opposizioni che hanno presentato una mozione di sfiducia. Ma non ha intenzione di dimettersi. Dalle carte è emerso che l’eredità della moglie, circa 4 milioni di dollari, sarebbe stata investita in titoli di tre banche fallite nel 2008.
In tempi di crisi e draconiane cure anti austerity è difficile far digerire alle opinioni pubbliche che le élite dei cinque continenti – monarchi, primi ministri, figli e padri di premier in carica, imprenditori, manager, funzionari del Partito comunista cinese, incluso il cognato del presidente Xi – abbiano tenuto per anni conti in paradisi fiscali. E che i colossi finanziari abbiano creato società anonime, oltre 15mila, al servizio di clienti che non intendevano utilizzare gli sportelli dei propri paesi di residenza. Pur essendo in regola con gli obblighi fiscali, come ha sottolineato ieri Pedro Almodovar che figura nelle liste insieme al fratello Augustin.
Il fiume di denaro dei facoltosi di tutto il mondo ha fatto tappa allo studio Mossack Fonseca, specializzato nella creazione di società offshore. Circa un anno fa il suo prezioso archivio storico – dal 1977 al 2015 – è finito sulla scrivania di un cronista della Süddeutsche Zeitung, Frederik Obermaier, che lo ha condiviso con l’International consortium of investigative journalists (Icij) formato da 100 testate giornalistiche. Dopo mesi di studio, i quotidiani del consorzio hanno lanciato l’offensiva. Ora Obermaier e colleghi non intendono consegnare le carte alle autorità di mezzo mondo che vorrebbero esaminarle. «Non siamo un braccio della magistratura, siamo giornalisti – ha dichiarato – le autorità hanno abbastanza strumenti per combattere queste pratiche. Un’altra cosa è che ne facciano veramente uso».

Roberta Miraglia

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