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Paracadute a Vigni, no di Bankitalia

Quando a gennaio 2012 il direttore generale Antonio Vigni lasciò Mps, il consiglio allora presieduto da Giuseppe Mussari gli assegnò una buonuscita di 4 milioni di euro (lordi). Il maxi assegno comprendeva il trattamento di fine rapporto per 40 anni di carriera e anche un incentivo per le dimissioni anticipate. Ciò che però non era noto è che a Vigni venne concessa anche una manleva generale contro possibili azioni nei suoi confronti.
«Dimostrando ancora una volta grande attaccamento all’azienda» Vigni s’è «reso disponibile a risolvere in maniera consensuale il proprio rapporto di lavoro», recitava la nota del consiglio che lo ringraziava «per i risultati e gli obiettivi industriali raggiunti dalla banca sotto la sua direzione dal 2006 ad oggi, un periodo in cui Mps è cresciuto — in un contesto economico assai difficile — fino a diventare il terzo gruppo bancario del Paese». Nessun accenno però alla protezione legale.
Emerge anche questa clausola dalle carte con cui Bankitalia ha contestato la decisione di Mps su Vigni avviando un procedimento sanzionatorio contro il vecchio consiglio. La severità del governatore Ignazio Visco si spiega anche con il fatto che fu proprio Via Nazionale — allora guidata da Mario Draghi — a chiedere il 15 novembre 2011 a banca e Fondazione Mps «una rapida, netta discontinuità nella conduzione aziendale» per rimediare alle gravi disfunzioni di Mps, come la liquidità praticamente azzerata. Il primo a lasciare la banca fu Vigni.
Le carte riservate del procedimento sanzionatorio risalgono al 1 dicembre 2012 e si legano a una richiesta di spiegazioni del 9 luglio «sull’ammontare e sui criteri per i compensi a Vigni» e alla risposta di Mps del 5 settembre. Tra i rilievi della Vigilanza, oltre ai 4 milioni, c’è appunto che «la banca si è inoltre impegnata affinché il dottor Vigni venisse tenuto “immune da azioni, anche di terzi, in relazione al suo operato di direttore generale”, elemento questo idoneo a integrare i benefici economici riconosciuti» al manager.
Per Bankitalia la decisione è in contrasto con i criteri della Vigilanza del 2011 secondo cui «i compensi per conclusione anticipata devono essere collegati alla performance realizzata e ai rischi assunti» tenuto anche conto «del livello delle risorse patrimoniali, della liquidità necessaria e dei risultati effettivi e duraturi conseguiti dalla banca». Inoltre per le banche che «beneficiano di interventi pubblici eccezionali, la remunerazione variabile è rigorosamente limitata». La violazione dei criteri «assume particolare rilevanza alla luce della complessiva situazione tecnica del gruppo Mps che presenta notorie criticità sotto diversi profili, per effetto di scelte strategiche e manageriali effettuate negli ultimi anni, non ispirate a criteri di sana e prudente gestione» e che «hanno peraltro reso necessario il ricorso agli aiuti di Stato». Senza contare che le valutazioni del board «non risultano ancorate a criteri chiari e predeterminati e il processo decisionale non è stato opportunamente esplicitato e documentato». Entro l’anno arriveranno le sanzioni. Poi toccherà ai nuovi vertici Alessandro Profumo e Fabrizio Viola risolvere la questione della manleva, visto che più volte hanno affermato che Mps è pronta a far valere i propri interessi contro la vecchia gestione se emergeranno responsabilità.

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