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Paolo Bassetti

Produzioni interrotte, studi televisivi chiusi, autori o showman in quarantena o con il virus. Il 2020 è stato un anno di stravolgimenti anche per chi produce spettacoli o fiction. «La pandemia ha avuto un impatto molto forte, abbiamo dovuto reinventare il modo di lavorare. Abbiamo avuto alcuni ritardi ma le produzioni principali come Grande Fratello, MasterChef, L’Eredità o Il Paradiso delle Signore sono andate avanti». A un anno di distanza Paolo Bassetti può guardare indietro con una certa soddisfazione. Banijay, il primo gruppo indipendente nella produzione di contenuti al mondo, di cui è country manager per l’Italia «è stata messa subito in sicurezza con interventi “chirurgici”, e il fatto di avere una presenza capillare nel mondo, essere siamo poco sbilanciati sullo scripted (film e serie tv, ndr) e essere in molti paesi ci ha permesso di fare meglio del mercato — racconta il manager —. Abbiamo registrato, come gruppo, una contrazione del 14% contro il 38-40% dei nostri competitor che fanno più scripted e, a differenza di altri, non abbiamo canali».

Durante il lockdown è aumentato vertiginosamente il consumo di contenuti multipiattaforma. Avete retto il passo?

«Il Covid ha incrementato la domanda dei consumatori generando un aumento della concorrenza e competitività tra i big player, quindi Banijay ha dovuto adeguare business model e adottare nuove strategie. Abbiamo creato un sistema di “bolle” nelle produzioni in modo che, dalle persone alle cose, tutto vivesse in una bolla di sicurezza. Così siamo andati avanti con quasi tutte le produzioni. Altre sono state annullate o posticipate».

Adesso va meglio?

«Ora siamo più strutturati all’emergenza grazie al grande lavoro che ha fatto il team in Italia. Banijay ha la fortuna di avere azionisti forti come LOV Group, Vivendi e il gruppo DeAgostini che ci hanno permesso di crescere, e la visione di Stéphane Courbit e di mio fratello Marco che hanno creato questo percorso incredibile: in 11 anni Banijay è passata da 300 milioni di fatturato a quasi 3 miliardi. Abbiamo 120 società in 22 paesi e siamo l’unico gruppo europeo, nel mondo, che compete con i grandi gruppi internazionali non europei e con una forte componente italiana con DeAgostini e un ad italiano. Molti nostri competitors ci hanno criticato per poi vendere a gruppi internazionali. Oggi in Italia i più grandi gruppi di produzione indipendente appartengono a multinazionali».

Dallo Stato avete avuto qualche tipo di aiuto durante la pandemia?

«L’unico buon sostegno è stato l’aumento del tax credit, a cui il governo, grazie al ministro Franceschini, ha aggiunto un 10% in più. E’ una buona misura ma andrebbe migliorata e ampliata ad esempio includendo l’unscripted (i programmi senza copione, ndr). Senza dubbio oggi la contrazione delle entrate pubblicitarie delle reti sta mettendo sotto pressione i bilanci delle case di produzione e il tax credit aiuta. Bisogna tuttavia attivare un dialogo aperto e trasparente con tutti i player del settore. Ma per far crescere l’industria dell’audiovisivo bisogna soprattutto tutelare la proprietà intellettuale affinché si possa premiare il valore e la forza editoriale dei contenuti».

Un tax credit che arriva quasi al 40% è già un bell’aiuto.

«Certo, ma il tax credit non deve essere solo un metodo per abbassare il costo orario delle produzioni, in cambio dobbiamo poter avere dei diritti che poi possiamo vendere e valorizzare anche all’estero, e reinvestire quello che si è defiscalizzato. Il tax credit è una risorsa dello Stato ai produttori italiani molto vantaggiosa rispetto ad altri paesi, ma il rischio è che le società vengano qui, in Italia, in regime di agevolazione a fare mera produzione esecutiva, prendano il tax credit e portino poi i diritti all’estero, lasciando ai coproduttori la fetta meno ricca, facendoci fare solo da line producer».

Serve più tutela per la parte italiana delle coproduzioni?

«In una coproduzione una fetta di margine arriva dalla valorizzazione dei diritti senza i quali chi produce non può crearsi una library e quindi patrimonializzarsi come invece accade negli altri paesi, Gran Bretagna in testa. Avere la gestione della proprietà intellettuale è il nostro futuro, noi vivremo soprattutto di quella. Per proprietà intellettuale intendo tutto ciò che il nostro business rappresenta e può creare convergenza: dalle clip su Tik Tok ai podcast, al mondo dei talent/influencer, tutto ciò che sta al di fuori del prodotto finito a noi interessa per crescere e creare valore».

Quindi il vero business è la distribuzione più che la produzione.

«Facciamo entrambi e il nostro core business rimane la produzione. Distribuire è una parte del business della proprietà intellettuale, ma noi possiamo aiutare il broadcaster. Non dico che Banijay sia più brava della Rai a distribuire contenuti, ma visto che siamo presenti in 22 paesi, abbiamo una capillarità che ci consente di farlo con più facilità. Si possono trovare modelli di condivisione dei ricavi, credo che fare 5 e dividere a metà sia meglio che fare 1 da solo. A proposito della Rai mi faccia dire una cosa».

Prego.

«Visto il ruolo che ha, per la Rai servirebbe un sistema in cui si scelgano i prodotti indipendentemente da chi li produce, con la politica fuori».

Anche a vantaggio dei piccoli produttori?

«Certo. Anche noi possiamo aiutarli facendo da volano per distribuire i format che in Italia non si possono vendere, e investire insieme a loro nei piloti per i quali servono grandi investimenti».

Amazon e Netflix fanno tutto da soli. Sentite la pressione?

«Al contrario, per noi sono una grande opportunità perché hanno messo sul tavolo risorse e investimenti e hanno bisogno di tanti contenuti. Non è un caso che lo scorso anno abbiamo lavorato molto per piattaforme come Amazon. Però bisogna fare attenzione. Servono delle regole. È necessario trovare un accordo per la gestione della proprietà intellettuale e per la distribuzione. La Francia ha trovato un modello di accordo molto bilanciato e credo che questo vada fatto anche in Italia».

Come si sono messi d’accordo?

«C’è una legge che obbliga gli streamers a investire una parte del proprio fatturato locale in co-produzioni francesi e in parte in lingua francese e questo ha permesso da un lato al Paese di ritrovarsi molte risorse in più per le produzioni e creare nuovi posti di lavoro, dall’altro agli streamers di arrivare sul mercato con maggior facilità. I diritti tornano ai coproduttori dopo tre anni, non sono pochi ma restano in Francia consentendo al piccolo coproduttore di crearsi una library. Sarà un po’ dura ma questo deve essere il modello di riferimento a livello europeo».

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