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Panama papers, ora à la carte

Un pozzo senza fine di nomi, società e indirizzi legati allo scandalo dei Panama Papers. È in questo mare magnum di dati che da ieri pomeriggio è possibile ricercare informazioni sugli oltre 200 mila evasori, siano essi persone fisiche, trust, fondazioni o società finite a qualche titolo nei faldoni dello studio legale Mossak Fonseca e da lì diffusi a macchia d’olio in tutto il mondo.

Tutto questo, grazie a un potente motore di ricerca denominato Nuik messo online ieri pomeriggio dal Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (ICIJ). Un software molto elaborato, che si aggancia a un colossale database da 2,6 terabyte contenente gli 11 milioni di file sottratti allo studio legale panamense da parte della talpa John Doe. Un nome di fantasia per la spia che ha fatto tremare le poltrone di politici e imprenditori, portando alle dimissioni del premier islandese Sigmundur Daví Gunnlaugsson e mettendo a serio rischio la stabilità politica del Regno Unito. Il motore di ricerca antievasori, tuttavia, non consentirà di mettere le mani su tutto il materiale messo assieme da Doe ma renderà accessibili solamente alcune informazioni chiave come i nomi di società, gli amministratori e i beneficiari, mantenendo il totale riserbo sulle prove a supporto delle accuse. Niente numeri di conti correnti, dunque, né email o documenti comprovanti l’architettura finanziaria messa in atto per tessere la rete societaria nei centri offshore. Ventuno in tutto. Ma la fine della storia sembra ancora lontana. La spia finanziaria più temuta al mondo ha annunciato, infatti, la diffusione a breve di nuovi eclatanti documenti sul popolo degli evasori transitati da Panama. E per questo, ha richiesto protezione attraverso una lettera inviata al Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi e al quotidiano tedesco, Süddeutsche Zeitung. Intanto c’è già chi ha iniziato a fare i conti delle conseguenze economiche derivanti dai Panama Papers. A rendere pubblici i primi risultati, Hannes Wagner dell’università Bocconi, James O’ Donovan dell’Insead e Stefan Zeume dell’università del Michigan. I tre esperti hanno infatti stimato che le imprese implicate nello scandalo dei Panama Papers avrebbero perso ben 230 miliardi di dollari di capitalizzazione di borsa come risultato della fuga di notizie. Utilizzando un campione di 26.655 aziende quotate in 73 paesi, è venuto fuori che 1.100 di queste (pari al 4,1% del campione) hanno almeno una filiale in uno dei quattro paradisi fiscali e, in seguito alla fuga di notizie, hanno sofferto un calo delle quotazioni che supera dello 0,5-0,6% quello delle imprese dello stesso paese e dello stesso settore che non hanno questo genere di esposizione. A tirare un respiro di sollievo in questo mondo alla rovescia sarebbe proprio l’Italia. Stando almeno a quanto dichiarato dal coniglio nazionale del Notariato secondo cui la Penisola rappresenta un modello di trasparenza per chiunque voglia conoscere amministratori, soci, finanziatori di una società e per l’accessibilità telematica ai dati. L’Italia ha due punti di forza», ha spiegato Domenico Cambareri, membro del Consiglio nazionale dei notai. «Il registro delle imprese, che lo stesso Gafi giudica molto trasparente, anche se altri paesi europei come la Germania ne hanno uno analogo. E il ruolo dei notai, che fanno controlli importanti e sono responsabili di gran parte delle segnalazioni antiriciclaggio all’Uif attraverso un veloce protocollo informatico».

Tancredi Cerne

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