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Paletti al tribunale

Spetta ai creditori la valutazione preventiva circa la fattibilità del concordato preventivo. Nel procedimento di omologazione bisogna infatti distinguere, secondo un insegnamento di una non recente giurisprudenza di legittimità, la fase genetica del negozio dal suo aspetto funzionale. L’impossibilità del piano concordatario si manifesta nella fase genetica solo in presenza di errori materiali o giuridici originari. Spetta successivamente ai creditori, nella fase funzionale, effettuare una verifica sulla fattibilità dello stesso in piena consapevolezza delle scelte operate, attivando ex post lo strumento della risoluzione per inadempimento ove le criticità siano tali da pregiudicare la fattibilità del negozio stesso.

Questo è il principio della sentenza della Corte di Appello di Firenze del 14 giugno 2012 nr 820 , con cui si accoglie il reclamo di una società di imballaggi che si era vista rigettare l’omologa del concordato preventivo approvato con le maggioranze di legge e successivamente dichiarare il fallimento per due motivi: a) non aver ricompreso il credito Conai (Consorzio Nazionale imballaggi) tra i creditori privilegiati per i quali era previsto l’integrale pagamento; b) per aver effettuato una preventiva valutazione, negativa, della fattibilità del piano concordatario sulla base di un deficit finanziario tale da non garantire la copertura del fabbisogno concordatario.

Per quanto riguarda la prima questione, già affrontata in passato da altra giurisprudenza di merito (Trib. Monza 3 dicembre 2002 nr 3339; Trib Monza 2 marzo 2004 nr 730), il credito Conai, per i giudici fiorentini, non può godere del privilegio ex art 2758 primo comma codice civile, perché la sua natura non è assimilabile a quella dei tributi indiretti. Per i giudici infatti i tributi indiretti son connessi ad atti che riflettono comunque una determinata capacità contributiva, cosa che non si verifica nel caso del Conai il cui contributo ambientale è connesso all’immissione nell’ambiente di determinati rifiuti, a prescindere da qualsivoglia capacità contributiva. In secondo luogo mancherebbe, se fosse assimilabile a un tributo indiretto l’eventuale controllo della Corte dei Conti e non sarebbe pertanto accettabile una interpretazione estensiva della norma di cui all’art 2758 cc.

Sul secondo punto, oggetto in questi ultimi anni di opposte prese di posizione della giurisprudenza di merito e legittimità, la Corte di Appello aderisce all’indirizzo di cui alla Cassazione nr 18987/2011, per la quale al tribunale non rientra il compito di entrare nel merito della fattibilità del piano. Al tribunale spetterebbe una controllo di mera regolarità formale, per cui, una volta formatosi il consenso tra proponente e creditori, al tribunale non spetterebbe che prenderne atto purché il consenso dei creditori sia formato su una situazione veritiera e trasparente della situazione economica e patrimoniale del debitore e che non vi siano cause di revoca ex art 173 della legge fallimentare.

 

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