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Pagamenti, p.a. avanti adagio

Se la pubblica amministrazione, in Europa, paga in media a meno di due mesi di distanza dalla prestazione offerta, in Italia di mesi bisogna attenderne quasi sei. A riaccendere i riflettori sui ritardi nei pagamenti della p.a. è l’Associazione italiana per il factoring (Assifact), che a Milano ha presentato i dati sul 2014 e le previsioni per il nuovo anno.

La situazione, a dire il vero, è leggermente migliorata. I ritardi nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione, in un anno, sono scesi da 90 a 85 giorni. Ma la durata effettiva dei tempi di pagamento rimane sorprendentemente alta, pari a 165 giorni, contro una media europea di 58. Mentre nei pagamenti tra imprese trascorrono mediamente 94 giorni prima di poter effettivamente riscuotere un credito. Che è il doppio di quanto avviene in Europa, dove di giorni occorre attenderne 47. Ma anche tra imprese il ritardo medio è lievemente migliorato, scendendo da 31 a 29 giorni.

Il lieve miglioramento nelle «performance di pagamento della p.a. è senz’altro dovuto al piano di smaltimento dei debiti commerciali finora accumulati messo in campo dagli ultimi governi Monti, Letta e Renzi», spiega il presidente di Assifact Rony Hamaui a ItaliaOggi Sette. Piano che, prosegue Hamaui, «si è concretizzato nei 57 miliardi di euro stanziati per pagare i debiti maturati fino al 31 dicembre 2013 e nelle misure di facilitazione per lo smobilizzo dei crediti vantati dalle imprese verso la p.a.». Anche se i debiti effettivamente pagati ai creditori al 30 gennaio 2015 ammontano a 36,5 miliardi di euro. Il grosso dell’importo stanziato, pari a 40 miliardi di euro, è stato grazie al dl 35/2013, cui si sommano i 7,2 miliardi del dl 102/2013, i 500 milioni della legge di stabilità 2014 e i 9,3 miliardi del decreto legge 66/2014.

«Hanno contribuito alla riduzione delle tempistiche», spiega Hamaui, «anche gli interventi del governo per migliorare la trasparenza nella gestione dei debiti contratti dalle pubbliche amministrazioni e l’efficienza amministrativa». Come, per esempio, «l’introduzione della fattura elettronica obbligatoria, la comunicazione obbligatoria delle fatture ricevute sulla piattaforma per la certificazione, il monitoraggio mensile dei crediti scaduti, pagati e impagati».

Ciò non toglie, precisa Hamaui, che «siamo ancora molto lontani dagli standard europei e il lavoro da fare nel 2015 è molto». Soprattutto in relazione agli «sforzi di riforma strutturale della p.a.», e di «semplificazione degli adempimenti contabili», oltre che per «migliorare l’efficienza e la funzionalità degli uffici a livello locale». Le cui disparità, peraltro, rappresentano il vero tallone d’Achille della pubblica amministrazione in Italia.

Al 31 dicembre 2014, come certificato da Assifact, poco meno di un terzo (29%) dell’ammontare complessivo dei crediti in essere presso le società di factoring, pari a circa 14 miliardi di euro, era rappresentato da crediti verso la pubblica amministrazione. Di cui il 38,7% verso enti della sanità, il 29,8% verso amministrazioni centrali, il 28,8% verso amministrazioni locali e il 2,7% verso altri enti pubblici. È comunque migliorata la percentuale dei crediti scaduti, passati dal 60% della precedente indagine del 2011 al 33,2% dell’attuale; anche se quasi la metà di questi (45,6%) ha già superato i 12 mesi dalla scadenza.

Il mercato del factoring rappresenta complessivamente un volume d’affari pari a 178 miliardi di euro, circa l’11% del pil nazionale. E a fronte di uno scenario recessivo e di stretta del credito (-2,3% di credito alle imprese rispetto al 2013), il factoring si è comunque dimostrato vicino alle imprese: i crediti acquistati, infatti, sono cresciuti del 2,81% nel 2014 e la previsione è che possano aumentare del 3,36% nel 2015. Grazie anche, puntualizza Hamaui, «al trend di miglioramento nei pagamenti dei debiti commerciali e agli effetti del programma di smaltimento dei debiti della p.a.».

«Ma i segnali di ripresa sono ancora deboli», ha osservato Alessandro Carretta, segretario generale di Assifact. «Occorre proseguire sulla strada della semplificazione delle procedure e della certezza delle norme». È il motivo per cui, ha concluso, «proponiamo, in linea con le prassi normative europee più evolute, una revisione della legge 52/1991 sulla cessione di crediti alle imprese, al fine di circoscrivere il rischio di revocatoria, che ostacola di fatto il ricorso alla cessione del credito per le imprese in tensione finanziaria, e un Testo unico delle norme sulla cessione del credito nella p.a., che sono oggi svariate e non sempre tra loro ben coordinate».

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