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Pagamenti in contanti pericolosi

di Debora Alberici  

ll fisco può contestare al contribuente di aver emesso fatture false in presenza di ingenti pagamenti in contanti asseritamente effettuati. Dunque, questa pratica, non solo vìola le norme sull'antiriciclaggio, ma giustifica anche il metodo induttivo da parte dell'ufficio delle entrate.

Lo ha sancito la Suprema corte di cassazione che, con la sentenza numero 15583 depositata il 14 luglio 2011, ha respinto il ricorso della moglie di un contribuente, sua erede, al quale l'amministrazione finanziaria aveva notificato un accertamento Irpef e Ilor, contestando la detrazione di costi fittizi a fronte di fatture per operazioni inesistenti.

L'uomo aveva sostenuto di aver pagato le fatture in contanti, per un ammontare di 250 mila euro. La tesi, secondo l'ufficio, non era credibile, dato il grosso importo.

Della stessa opinione la ctp di Bari, che ha respinto il ricorso del de cuius, e la Ctr pugliese che ha confermato la decisione nei confronti della moglie che aveva ereditato anche i debiti col fisco.

Ora la Cassazione ha reso definitiva la decisione.

In particolare gli Ermellini hanno applicato il principio secondo cui «in tema di accertamento tributario la legge, art. 39, primo comma, del dpr 29 settembre 1973, n. 600 dispone che l'inesistenza di passività o le false indicazioni possono essere desunte anche sulla base di presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti, senza necessità che l'Ufficio fornisca prove certe».

Pertanto, il giudice tributario, investito della controversia sulla legittimità e fondatezza dell'atto impositivo, è tenuto – aggiunge la Corte – a valutare, singolarmente e complessivamente, gli elementi presuntivi forniti dall'Amministrazione, dando atto in motivazione dei risultati del proprio giudizio (impugnabile in cassazione non per il merito, ma solo per inadeguatezza o incongruità logica dei motivi che lo sorreggono) e solo in un secondo momento, «qualora ritenga tali elementi dotati dei caratteri di gravità, precisione e concordanza, deve dare ingresso alla valutazione della prova contraria offerta dal contribuente, che ne è onerato ai sensi degli articoli 2727 e ss. e 2697, secondo comma, cod. civ.».

Dunque, non solo i pagamenti in contanti (in questo caso presunti) sono vietati dalle norme sull'antiriciclaggio ma aiutano anche il fisco nella lotta contro l'evasione fiscale.

Tanto è vero che, conclude la sezione tributaria, «si può validamente dimostrare l'assenza dell'effettivo versamento della somma in contanti attraverso il collegamento tra presunzioni concordanti, quali l'assoluta mancanza di plausibilità dell'allegazione, in quanto riferita a un importo assoggettato per la sua ingente entità ai divieti della normativa antiriciclaggio e alla conseguente necessità di una traccia documentale dell'effettivo versamento». Ed è proprio questo divieto che fa legittimamente presumere all'amministrazione finanziaria che un pagamento in contanti di quell'entità non può che nascondere una fattura falsa.

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