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Pagamenti digitali, la via olandese. «Di qui passano Facebook e Uber»

Per comprendere lo stato di salute del settore fintech in Europa forse vale la pena farsi un giro nel quartier generale di Adyen. Sei piani di vetro, acciaio e scrivanie di legno grezzo che danno direttamente sul canale principale che separa i docks dal centro storico della capitale dei Paesi Bassi.

Qui lo stile della Silicon Valley — jeans, sneakers, t-shirts e corner per il caffè ogni pochi metri — si mischia al minimalismo pragmatico dei nordics. Con 159 miliardi di euro processati nel 2018, 349 milioni di ricavi netti, 17 uffici sparsi per il mondo nei quali lavorano quasi 900 collaboratori fra ingegneri e analisti finanziari per servire 3500 clienti, la (ormai) ex start up fondata nel 2006 da Pieter van der Does e Arnout Schuijff oggi ha tutti i numeri per competere con i giganti delle transazioni statunitensi (PayPal su tutti) e asiatici (Alipay).

«Siamo una piattaforma tecnologica omni-channel — specifica lo stesso van der Does — e questo significa che riusciamo a gestire l’intero processo di pagamento, garantendo grazie a un’unica piattaforma tecnologica sviluppata al nostro interno una sicurezza e una semplicità di utilizzo che rappresenta il nostro valore aggiunto, ancor prima del fattore costo».

Per spiegare l’utilità di un operatore come Adyen — e della scena fintech in generale — nella vita di tutti i giorni, il Ceo (Schuijff è il Cto) fa un esempio: «Immaginate di essere un ingegnere israeliano che si trova negli States e acquista un mazzo di fiori da recapitare alla sua ragazza che vive in Italia. Bene, noi siamo coloro i quali assicurano che tutto il processo finanziario, cioè il movimento delle valute sulle varie piattaforme, dalla carta di credito del cliente al Pos del negoziante fino alla banca d’appoggio, vada a buon fine, superando confini, culture e regolamentazioni differenti».

Negozi fisici, online store, marketplace, app: il mondo del commercio si sta dematerializzando, ma per garantire che l’infrastruttura funzioni senza latenze servono operatori globali con una tecnologia proprietaria. Almeno questa è la ricetta di Adyen, uno dei pochissimi unicorni made in Europe (è valutato dopo l’Ipo dello scorso giugno 22 miliardi di euro) che crescendo per linee interne — «le acquisizioni esterne non fanno parte della nostra filosofia» dice il manager che è riuscito a convincere realtà come «Booking, eBay, Spotify, Uber, L’Oréal, Mango e Facebook». Il che significa che ogni volta che si prenota una stanza d’albergo, il backoffice, per così dire, è garantito e sostenuto dall’azienda olandese. Settore ad alto contenuto tecnologico, quello dell’e-payment, che tuttavia risente ancora di una forte impronta localistica. «Basti pensare che ci connettiamo quotidianamente a oltre 250 metodi di pagamento e accettiamo oltre 150 valute. Si tratta spesso di tecnologie di pagamento tradizionali e obsolete, che coinvolgono intermediari diversi nella gestione di procedure complesse e costose». Ma che l’Europa abbia qualcosa da dire, stretta fra Usa e Cina, lo conferma anche ciò che sta avvenendo in Italia, Paese ancora molto legato alle transazioni in contanti eppure proiettato verso un ineluttabile cambiamento di paradigma grazie al digitale. Il caso di Satispay ne è la dimostrazione: nel 2018, infatti, è passato dal servizio di mobile payment guidato da Alberto Dalmasso un terzo del totale dei pagamenti in negozio via smartphone, che hanno superato il mezzo miliardo di euro ma che soprattutto hanno registrato un tasso di crescita tendenziale del 650% secondo i dati dell’Osservatorio pagamenti digitali del Politecnico di Milano. Un mercato, quello italiano, interessante perché, seppur in fase d’incubazione, offre quindi agli operatori internazionali concrete potenzialità di sviluppo, tanto che anche Adyen ha di recente annunciato l’apertura di un ufficio a Milano. «La nostra strategia — conclude van der Does — si concentrerà in una prima fase sul settore della moda made in Italy, il più internazionalizzato finora, ma non escludiamo accordi con altri clienti».

Massimiliano Del Barba

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