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Pagamenti digitali, Italia fanalino di coda

È una Italia che marcia a passo d’uomo mentre altri sistema paese della Ue viaggiano veloci e alcuni sfrecciano sulla corsia di sorpasso. Quando si parla di utilizzo dei pagamenti elettronici l’Italia sembra non essere ancora entrata nel terzo millennio. Il numero delle transazioni pro-capite è a un livello troppo basso rispetto a quello di altre nazioni della Ue. Semplicemente non si riesce a tenere il passo con altri paesi che rappresentano le best practice nella direzione di società senza contante come Svezia, Finlandia e Danimarca, il Regno Unito per finire con l’Estonia. Per loro raggiungere questo traguardo entro il 2025 sembra a portata di mano. L’Italia è invece all’estremo opposto, al penultimo posto con una “velocità” pari a 7,1 su una scala da 0 a 100, alla pari con la Germania. A Berlino si preferiscono le transazioni con addebito diretto e i bonifici, mentre il numero dei pagamenti con carta di pagamento è vicino alla media italiana. La classifica è chiusa dalla Grecia dove permangono le ombre del default. Italia e Germania sono ben lontane di alcuni multipli da quel 24,9 che rappresenta la media Ue mentre, per esempio, i cugini d’Oltralpe raggiungono il 35,5. È quanto rivela l’edizione 2017 dell’Osservatorio della Community Cashless Society, iniziativa che raccoglie alcuni tra i principali attori della filiera dei pagamenti in Italia come Bnl-Bnp Paribas, CartaSi, Ibm, Ingenico Group, Intesa Sanpaolo, MasterCard, Mercury payments services, Nexive, PayPal, Poste Italiane, Sisal e Telepass, realizzato da The European House – Ambrosetti che oggi viene presentato nel corso di una tavola rotonda a Cernobbio. Rispetto all’edizione precedente l’Italia ha fatto un piccolo progresso, ma si tratta di mezzo punto. Un incremento quasi impercettibile sul tachimetro della Cashless society perché gli italiani non riescono a disinnamorarsi dall’uso del contante. Nel biennio 2014-2015 la massa di contante in circolazione è cresciuta del 6,9% raggiungendo un valore pari all’11,2% del Pil. Si tratta di ben 182,4 miliardi di euro, una montagna di banconote difficile da immaginare che negli ultimi otto anni è cresciuta ininterrottamente. Guardando nel medio-lungo periodo il confronto è impietoso: nel 2008 lo stock di contante in Italia era di quasi 128 miliardi pari all’8,1% del Pil. Record negativo nell’Eurozona che ogni anno zavorra l’Italia di 8-10 miliardi di costi diretti legati alla gestione del cash. Si tratta di mezzo punto di Pil, un balzello di 133 euro pro-capite. Più difficile quantificare i costi nascosti per il sistema paese causati dal troppo contante in circolazione. La Guardia di finanza, per esempio, da parte sua nel 2016 ha scoperto ben 8.300 evasori totali. A spazzare via i dubbi ci pensa l’ultima «Relazione annuale sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva» che ha fissato in circa 110 miliardi l’anno l’evazione fiscale e contributiva. Un bubbone da incidere per fare emergere il nero e tenere il passo con l’Europa. «La cashless society è una grande opportunità di modernizzazione del Paese, a beneficio di cittadini, istituzioni e aziende – spiega Valerio De Molli, Managing partner di The European House – Ambrosetti -. Per colmare il gap dell’Italia, la nostra Community Cashless Society quest’anno propone varie iniziative, tra cui promuovere l’accettazione dei pagamenti elettronici nel commercio e nella Pa, che può agire da volano per creare una maggiore abitudine all’uso da parte di cittadini e imprese».
Quali sono le tappe nel percorso di avvicinamento verso una cashless society? Servirebbe una grande opera di educazione finanziaria per cambiare le abitudini. Per esempio basta “saltare” la sosta al Bancomat per prelevare il contante e utilizzare direttamente la stessa tessera per pagare al Pos del negozio. In termini di Pos l’Italia è in una posizione di vantaggio perché ha installato 1,9 milioni di terminali e il numero è in crescita. I pos non sono solo nei negozi e bar ma nei taxi, sulla bancarella del mercato rionale, nel borsa degli artigiani e la scrivania dei professionisti. Per quanto riguarda la sicurezza l’Italia rientra tra i paesi con gli standard migliori: ogni mille transazioni con carta di pagamento si registrano 5,9 frodi contro una media dell’area Sepa di quasi 15 frodi. «È?necessario validare una visione di medio-lungo periodo in materia, per stimolare un’azione congiunta del Governo e dei vari stakeholder coinvolti – rimarca Valerio De Molli -. A livello globale, tutti si stanno muovendo nella direzione della digitalizzazione dei pagamenti: Francia, Polonia e Irlanda hanno varato una apposita strategia nazionale, fino ad arrivare alla recente manovra di demonetizzazione lanciata a fine 2016 in India». Non manca un messaggio diretto alla Pa che oggi chiede a chi vuole usare una carta di pagamento di farsi carico delle commissioni. Questo mentre nel continente sud-asiatico tra non si molto potrebbe sperimentare l’invio di soldi via WhatsApp e la Svezia si appresa a diventare la prima economia senza contante .

Enrico Netti

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