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Pagamenti alle imprese, più fondi nel 2013

Non più solo 20 miliardi da rimborsare nel 2013, lasciandone altrettanti da pagare nel 2014, ma anche 30 e forse addirittura 40, quest’anno. La bozza del decreto sui pagamenti delle Pubbliche amministrazioni, che probabilmente vedrà la luce soltanto domani in Consiglio dei ministri, comincia a prendere forma. Ci sarebbe anche l’obbligo imposto alle amministrazioni di certificare una volta per tutte l’intero scaduto. Mentre verrebbero meno due dei punti più controversi: l’anticipazione dell’aumento delle addizionali regionali, per la verità già ampiamente smentito sia pure senza l’indicazione di una misura sostitutiva, e il blocco per cinque anni degli investimenti in conto capitale degli enti che pagano i debiti.
Ieri le riunioni tecniche si sono succedute fitte, intervallate da brevi consultazioni. L’imperativo è fare presto. Così ieri mattina un primo vertice di due ore è servito ai ministri dell’Economia, Vittorio Grilli, e a quello dello Sviluppo economico, Corrado Passera, per fare il punto della situazione. Poi Grilli ha incontrato i sindaci dell’Anci e i rappresentanti delle Province (Upi). Una bozza del provvedimento potrebbe essere anticipata oggi a tutte le istituzioni e le categorie imprenditoriali interpellate in questi giorni, per arrivare domani a un testo quanto più condiviso.
Il primo punto che il decreto vuole chiarire una volta per tutte è l’ammontare reale dei debiti della Pubblica amministrazione. Ieri il presidente dell’Abi, l’associazione delle banche, Antonio Patuelli, ha detto che è «già oltre i cento miliardi» la stima dei debiti, ricavata con una «progressione aritmetica», dalla cifra valutata da Bankitalia di 70 miliardi ferma alla fine del 2010 e di «una novantina di miliardi al 31 dicembre 2011».
Sull’ammontare effettivo dei debiti commerciali della Pubblica amministrazione c’è molta cautela da parte della Ragioneria dello Stato. Anche a via XX Settembre si ritiene che l’importo indicato da Banca d’Italia sia sottostimato rispetto a numeri reali. Per questo il decreto potrebbe imporre un censimento, obbligando tutte le amministrazioni a certificare tutto lo stock del debito arretrato fino all’ultimo centesimo. Ma in che modo? La vecchia bozza del decreto prevedeva che la Pubblica amministrazione centrale effettuasse le certificazioni mentre gli enti locali avrebbero lasciato quest’onere, anche economico, alle imprese. La nuova bozza prevederebbe per tutti i debiti l’obbligo che a certificare siano le amministrazioni centrali e locali.
Secondo alcune indiscrezioni, sarebbe saltato anche un meccanismo assai inviso a Regioni e enti locali, cioè il blocco degli investimenti in conto capitale per cinque anni per quelli che avessero utilizzato i fondi per pagare lo scaduto. «Distinguiamo nettamente i debiti pregressi dalle nuove spese che i Comuni devono fare» assicura De Vincenti. Così come sarebbe definitivamente accantonata la norma sull’anticipazione al 2013 dell’aumento delle addizionali regionali previste per il 2014.
Quanto ai fondi di rotazione, anche in questo caso si tende a semplificare: non più tre fondi autonomi, ma uno solo tripartito al suo interno (soluzione spagnola) oppure tre fondi ma con un’unica gestione.
Ultimo aspetto che verrebbe incontro agli interessi delle imprese creditrici, il tentativo di inserire una compensazione tra crediti e alcune tipologie di debiti iscritti a ruolo.
Sul metodo che si seguirà nei pagamenti il sottosegretario De Vincenti ha spiegato che l’ordine logico sarà «l’anzianità del credito, ma lo stanziamento è molto significativo e dà soluzione a gran parte dei debiti delle Pubbliche amministrazioni».
Fatto il decreto, toccherà al Parlamento. Ma a quali commissioni verrà poi consegnato il testo? A quelle permanenti o a quelle speciali? La questione non è ancora risolta. E il timore diffuso è che il Parlamento possa stravolgere il provvedimento. Lo ha detto il sottosegretario all’Economia, Vieri Ceriani, intervenendo nella Commissione speciale della Camera: «Non sarebbe intenzione del governo adottare un testo che venga poi stravolto nel corso del successivo esame parlamentare».

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