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Paga il collegio sindacale

di Debora Alberici  

La Cassazione inasprisce le responsabilità del Collegio sindacale della Spa fallita. Rischiano infatti una condanna per bancarotta fraudolenta documentale i membri del collegio sindacale che si limitano a un riscontro contabile sulla documentazione messa a disposizione dagli amministratori, senza verifiche sulla realtà dei fatti. È quanto affermato dalla Suprema corte che, con la sentenza 21051 del 26 maggio 2011, ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta documentale nei confronti di tre sindaci di una Spa fallita. Insomma, dicono i giudici, ai fini della condanna è sufficiente un deficit di vigilanza e dunque un dolo generico. Di più. Nel caso specifico neppure l'incendio della stabilimento ha salvato i professionisti dalla condanna. Questa importante conclusione Piazza Cavour l'ha raggiunta applicando il principio generale per cui «per la integrazione del reato di cui alla seconda ipotesi del rd 16 marzo 1942, n. 267, articolo 216, comma 1, n. 2, ravvisabile nella condotta dell'aver tenuto i libri e le altre scritture contabili in modo tale da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio della società o del movimento degli affari, sia sufficiente il dolo generico, ossia la consapevolezza che la confusa tenuta della contabilità renderà o potrà rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio, considerato che la locuzione in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari, formulata appunto in relazione alla fattispecie della irregolare tenuta delle scritture contabili, connoti la condotta e non la volontà dell'agente, sicché è da escludere che configuri il dolo specifico». Fra l'altro, «nei reati di bancarotta è ammissibile il concorso di uno o più dei componenti del collegio sindacale con l'amministratore di una società, che può realizzarsi anche attraverso un comportamento omissivo del controllo sindacale, il quale non si esaurisce in una mera verifica formale, quasi a ridursi ad un riscontro contabile nell'ambito della documentazione messa a disposizione dagli amministratori, ma comprende il riscontro tra la realtà e la sua rappresentazione».

Bancarotta, a giudizio due volte. Nell'ambito dello stesso fallimento può finire sotto processo per bancarotta una seconda volta l'imprenditore che, assolto dalle accuse nel primo giudizio, sia nuovamente indagato alla luce di nuovi elementi. Non solo. La dissipazione e la sottrazione dei beni non è un'aggravante del reato ma è soggetta alle regole sulla continuazione. Risolvendo un complesso e radicato contrasto di giurisprudenza le Sezioni unite penali della Corte di cassazione (sentenza numero 21039 del 26 maggio 2011), hanno accolto il ricorso della Procura di Trieste presentato contro l'archiviazione delle accuse di bancarotta nei confronti di un imprenditore. In sostanza dopo il primo proscioglimento gli inquirenti avevano individuato nuovi elementi. Per questo la Procura lo aveva rinviato a giudizio una seconda volta. Ma il Gup non aveva convalidato ritenendo che vi fosse ne bis in idem (non si può essere giudicati due volte per gli stessi fatti). Contro questa decisione l'accusa ha presentato ricorso in Cassazione e lo ha vinto. In particolare il Massimo consesso di Piazza Cavour ha affermato che «più condotte tipiche di bancarotta poste in essere nell'ambito di uno stesso fallimento mantengono la propria autonomia ontologica e danno luogo a un concorso di reati, che vengono unificati, ai soli fini sanzionatori, nel cumulo giuridico». E ancora, la disposizione dì cui all'art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall. non integra, sotto il profilo strutturale, una circostanza aggravante, ma detta una peculiare disciplina della continuazione, in deroga a quella ordinaria di cui all'art. 81 cod. pen., in tema di reati fallimentari; quindi, deve escludersi, con riferimento a condotte dì bancarotta ancora sub iudice, la preclusione dell'eventuale giudicato intervenuto su altre e distinte condotte di bancarotta relative alla stessa procedura concorsuale».

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