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Paga i danni chi sbaglia istanza di pignoramento

di Stefano Rossi

Condannato al risarcimento del danno chi sbaglia il destinatario del pignoramento. I giudici di merito continuano così a utilizzare l'articolo 96 del Codice di procedura civile, modificato peraltro dalla riforma del 2009, che sanziona gli atteggiamenti processuali, con colpa grave o malafede, che finiscono sostanzialmente per allungare oltre il dovuto i tempi dei giudizi. Questa volta il tribunale di Cassino (sentenza 273/2011, giudice unico Eramo) mette l'accento sulla negligenza delle parti in giudizio. Nei casi in cui la messa in moto della macchina giudiziaria può essere evitata con un po' più di attenzione – ad esempio, come nel caso di specie, attraverso una semplice visura camerale per capire immediatamente se il debitore è o meno il legittimo titolare di un terreno – il rischio di vedersi condannati a risarcire i danni al convenuto diventa molto alto. Questo, in sintesi, il messaggio inviato dai giudici.

Al centro della vicenda l'acquisto di un fondo con annesso fabbricato rurale da parte di un istituto agrario. In seguito, il bene immobile era ceduto, con patto di riservato dominio, a una coppia di coniugi, coltivatori diretti. Tuttavia, gli acquirenti non versavano le rate di acquisto e il tribunale di Roma dichiarava la risoluzione del contratto. Nel frattempo, un consorzio agrario procedeva al pignoramento dei terreni, poiché i coniugi erano debitori di ingenti somme nei loro confronti. Così, l'istituto conveniva in giudizio il consorzio per sentir dichiarare illegittimo il pignoramento immobiliare e ottenere il risarcimento del danno per lite temeraria secondo l'articolo 96 del Codice di procedura civile.

Il tribunale di Cassino dichiara invalido il pignoramento e condanna al risarcimento del danno il consorzio agrario per aver intrapreso un'azione esecutiva nei confronti dell'istituto. In primo luogo, il giudice laziale afferma che nella vendita con patto di riservato dominio, il passaggio della proprietà opera al momento del pagamento dell'ultima rata ai sensi dell'articolo 1524 del Codice civile.

Pertanto, la riserva della proprietà è opponibile ai creditori del compratore solo se risulta da atto scritto avente data certa anteriore al pignoramento. Nella vicenda, afferma la decisione, la riserva emerge con chiarezza dal rogito notarile poi trascritto presso la conservatoria immobiliare. Invece, il pignoramento è stato eseguito e trascritto ben cinque anni dopo.

Da tale fondamentale premessa, l'estensore fa discendere una colpa grave del consorzio nell'attivare la procedura di esecuzione forzata, culminata nel pignoramento dei terreni. Infatti, il convenuto avrebbe dovuto accertare tramite una semplice visura camerale l'iscrizione della riserva di proprietà sui beni e quindi non procedere al pignoramento per debiti nei confronti degli acquirenti. La gravità della colpa – conclude il magistrato – è evidente se solo si considera che sia regola elementare verificare l'esistenza di vincoli o pesi esistenti sugli immobili prima di iniziare un'azione esecutiva.

Non solo, ma la stessa natura di persona giuridica e la presenza di un ufficio legale o comunque la possibilità di ricorrere a consulenze esterne, avrebbero dovuto condurre il consorzio a una più attenta valutazione.

Una decisione, quella del tribunale di Cassino, che si inserisce nel solco della giurisprudenza sulla responsabilità aggravata processuale, anche alla luce delle modifiche della legge 69/2009 (Cassazione, sezioni unite, sentenza 3057/2009). Tra le altre, il tribunale di Roma con sentenza del 18 ottobre 2006 ha dato una lettura costituzionale dell'articolo 96 del Codice di procedura civile, affermando che le iniziative o le resistenze giudiziali, compiute con negligenza, devono essere punite al fine di valorizzare il principio di ragionevole durata del processo sancito dall'articolo 111 della Costituzione.

In particolare, la norma risponde all'esigenza di preservare l'interesse pubblico a una giustizia sana e funzionale, scoraggiando il contenzioso fine a se stesso e rallentando, così, i tempi di definizione dei processi seri (Tribunale di Varese, ordinanza 23 gennaio 2010).

 

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