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Paga extra sui turni «lunghi»

Il compenso richiesto dal dipendente per l’attività prestata oltre il settimo giorno di lavoro ha natura retributiva e può essere determinato dal giudice in via equitativa, anche in mancanza di una previsione del contratto collettivo. A precisarlo la Cassazione con la sentenza 18284 dello scorso 25 ottobre.
Nei fatti un dipendente di un istituto bancario con mansioni di guardiano affermava di aver svolto prestazioni di vigilanza diurna e notturna con turni anche oltre il sesto giorno di lavoro consecutivo. Dopo la sentenza sfavorevole del tribunale, la corte d’appello aveva riconosciuto al lavoratore il compenso per il lavoro svolto nelle giornate di domenica e per quello prestato oltre il sesto giorno consecutivo, determinato applicando una percentuale di maggiorazione sulla retribuzione base pari a quella prevista per il lavoro domenicale.
Il dipendente, però, ha fatto ricorso in Cassazione contestando l’esiguità del compenso dovuto per il sacrificio di dover spostare il riposo settimanale oltre il settimo giorno. Ricorso respinto dalla Corte, secondo cui il giudice di appello ha adeguatamente quantificato il compenso spettante. In particolare, l’estensore afferma che il lavoro prestato oltre il settimo giorno non determina solo la limitazione di specifiche esigenze familiari, personali e culturali alle quali il riposo domenicale è finalizzato, ma una “sofferenza” extra: la privazione della pausa destinata al recupero delle energie psico-fisiche (Cassazione 2610/2008).
L’affermazione trova un suo fondamento nell’insegnamento della Consulta del n. 101 del 1975 che affermò che col termine di «riposo settimanale» inserito nell’articolo 36 della Carta il costituente intendesse sostanzialmente il concetto della periodicità del riposo, nel rapporto di un giorno su sei di lavoro, senza escludere tuttavia la possibilità di discipline difformi in relazione alla diversa qualità e varietà dei tipi di lavoro, salvaguardando in qualsiasi caso gli interessi personali del lavoratore soprattutto per la sua salute.
Da qui la Cassazione fa derivare la natura retributiva del compenso, escludendo che possa costituire un indennizzo o un risarcimento. Non può rappresentare un indennizzo poiché questo presuppone generalmente l’assenza di un rapporto di lavoro, il mancato riposo è conseguenza diretta della prestazione lavorativa. Non può avere natura di risarcimento del danno stante la legittimità, prevista dalla legge, della continuativa prosecuzione della prestazione nel settimo giorno di lavoro.
In mancanza di una previsione del contratto collettivo nazionale di lavoro – conclude il giudice – sarà compito del giudice determinarne la misura tenendo conto dell’onerosità della prestazione lavorativa e di eventuali forme di compensazione normativamente previste per istituti affini, quale il compenso del lavoro domenicale, ma non quello per lavoro straordinario.
In effetti, già la sentenza 13674/2010 della Cassazione ha escluso che si potesse parlare di lavoro straordinario. In quell’occasione i tecnici di palcoscenico di un teatro milanese rivendicavano il compenso per il lavoro prestato oltre il sesto giorno consecutivo. Così la Corte ebbe modo di precisare che il lavoratore turnista che presti la propria opera per sette o più giorni consecutivi – pur godendo in media di un riposo a settimana – ha diritto a un compenso per il lavoro domenicale e, in più, a un compenso distinto per il fatto di aver lavorato per più di sei giorni consecutivi. Compenso che non può essere determinato rispetto alle maggiorazioni previste per il lavoro straordinario. Del resto, essendo mediamente rispettata la cadenza di un giorno di riposo per ogni settimana, il lavoro prestato nel settimo giorno consecutivo non è tecnicamente “in più” rispetto a quello contrattualmente dovuto.
Un’interpretazione, quest’ultima, che si pone in linea con la sentenza 12318/2011. In questo caso, la vicenda coinvolge alcuni dipendenti di un ospedale ecclesiastico per il riconoscimento di una percentuale di maggiorazione della retribuzione giornaliera per ogni giorno di lavoro prestato oltre il sesto. La Cassazione, rigettando il ricorso dell’ospedale, afferma che il giudice deve accertare se secondo i meccanismi compensativi previsti dalla contrattazione collettiva sia assicurato un trattamento complessivo adeguato, ai sensi dell’articolo 36 della Costituzione, in relazione al disagio di dover aspettare più di sei giorni l’interruzione del lavoro e con correttivi per impedire l’eccessiva frequenza e lunghezza del periodo di attività ininterrotta.

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