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Padoan:“Peggio del ’29 la società è a rischio” Piano da 12,5 miliardi per tentare la ripresa

Dopo la svolta sui conti pubblici, segnata dall’allarme sulla recessione che investe il Paese, il governo gioca tutte le carte sulla crescita e lancia segnali di forte preoccupazione: «Ripresa robusta o società e ricchezza a rischio. La caduta del Pil in Italia è peggio di quella della crisi del 1929», ha avvertito ieri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

A pochi giorni dal varo dalla legge di Stabilità è già nero su bianco il pacchetto di pronto intervento: in tutto circa 12,5 miliardi che vedono in prima linea la conferma del bonus da 80 euro per il prossimo anno con un costo di 7 miliardi per sostenere i consumi. Seguono 2 miliardi per il mondo delle imprese che dovrebbero concretizzarsi in un ulteriore taglio dell’Irap o un intervento sugli oneri sociali. Nel menù, ormai quasi alle battute finali, anche un miliardo e mezzo per il nuovo sussidio di disoccupazione destinato a 1,3 milioni di precari e circa 1 miliardo per stabilizzare gli insegnanti della scuola e per la manutenzione più urgente degli edifici. Ossigeno, per circa 1 miliardo, per gli investimenti dei Comuni con una deroga al patto di stabilità interno.
In tutto si tratta di 12,5 miliardi. Una cifra che dovrebbe riuscire a contenere la riduzione del Pil e a riportarlo il prossimo anno al segno positivo con un +0,6 per cento. Il ministro dell’Economia Padoan, nella «nota di aggiornamento» al Def, diffusa ieri, è ricorso a toni drammatici: «O ci si muove con decisione oppure senza ripresa sarebbe a rischio la tenuta del tessuto sociale e produttivo, minacciata la ricchezza delle famiglie e compromesse le prospettive dei giovani ».
L’operazione non è facile: perché oltre al pacchetto sviluppo ci sono da considerare almeno altri 8-9 miliardi di spese che non possono essere derogate. La prima riguarda la disattivazione della clausola di salvaguardia del governo Letta che, se non si interverrà, farà scattare nuove tasse per 3 miliardi. L’altra solo le tradizionali spese indifferibili, che ammonterebbero a 5-6 miliardi: cassa integrazione in deroga, 5 per mille, missioni militari. La manovra lorda volteggerebbe così sopra i 20 miliardi, arrivando fino a quota 21-22.
Da dove arriveranno le risorse? Dopo la svolta del consiglio dei ministri di martedì, che ha deciso di «forzare» sul rapporto deficit-Pil collocandoci il prossimo anno al 2,9 per cento, si aprono margini per rendere i tagli meno pesanti. Rispetto al deficit tendenziale del 2,2 per cento si libereranno 0,7 punti di Pil, circa 11 miliardi che saranno sostanzialmente in deficit e andranno a finanziare per buona parte il pacchetto-anti-crisi anche con tagli alle tasse. «La differenza tra saldo a legislazione vigente e programmatico è motivata dalla volontà di finanziare impegni di spesa nei settori ritenuti più rilevanti per la crescita e ridurre la pressione fiscale per famiglie e imprese», ha spiegato Padoan. A garanzia del nuovo quadro la Ue ha tuttavia chiesto e ottenuto nel Def una clausola-Iva dal 2016: se non si raggiungeranno gli obiettivi ci saranno aumenti fino a 12,4 miliardi.
La partita tuttavia non finisce qui: ci sono da reperire un’altra decina di miliardi per rimanere comunque sotto la soglia del 3 per cento. In queste ore si stanno definendo i comparti, ma sembra scontata la conferma di circa 5 miliardi di tagli alle spese dei ministeri, una sforbiciata a Regioni e Comuni, oltre alle revisione delle detrazioni fiscali.
Resta invece in bilico la partita dell’utilizzo del Tfr, anticipato in busta-paga per rilancio dei consumi. Dopo la levata di scudi delle piccole imprese ieri è intervenuto il responsabile economico del Pd, Taddei: «Valutiamo diverse opzioni, ma senza aggravio per le imprese».
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