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Padoan: stock di Npl al punto di svolta

Tra la fine dell’anno e l’inizio del prossimo «si prevedono cessioni di Npl per 66 miliardi», dopo i 16 miliardi che sono stati gestiti l’anno scorso con vendite sul mercato o cessioni ai veicoli di cartolarizzazione.
Si basa sul confronto fra queste due cifre la convinzione che il sistema del credito italiano sugli Npl sia «a un punto di svolta», ribadita ieri dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan nell’intervento all’European Banking Conferenze organizzato da Bloomberg a Milano, nei nuovi spazi della Fondazione Feltrinelli. Nel secondo trimestre del 2017 il problema è tornato «a un livello simile a quello pre-crisi finanziaria»; sviluppi che, ha rivendicato Padoan, «sono stati accelerati anche dalle disposizioni del governo», oggi infatti al lavoro per nuovi interventi sul tema in vista della prossima legge di bilancio.
Sul punto, ovviamente, il ministro non dice una parola, se non per ribadire che «non c’è spazio per allentare la tensione», ma i dossier sono in via di definizione. I filoni sono molti, e riprendono in parte il lavoro dei mesi scorsi in vista del correttivo al decreto sulle venete che poi non si è tradotto in pratica per la blindatura del cammino parlamentare: l’obiettivo è un’estensione nelle possibilità di utilizzo delle cartolarizzazioni, con qualche correttivo alla legge 130 del 1999, e ampliare gli strumenti di gestione delle garanzie: in agenda c’è un tentativo di rafforzare il patto marciano, finora decisamente sottoutilizzato rispetto alle attese iniziali del governo, oltre alla riapetura del meccanismo delle agevolazioni fiscali (imposta di registro fissa a 200 euro) per l’acquisto degli immobili nelle aste giudiziarie.
Il tutto, insieme a nuove misure per migliorare il «business environment», serve ad accompagnare un sistema bancario che deve trovare mezzi propri per tornare a un livello di profitti più solido. «Il processo di consolidamento nel settore bancario – avverte infatti il vicegovernatore della Banca d’Italia Salvatore Rossi – dovrebbe essere visto non come un obiettivo in sé, ma come un’opportunità per tagliare costi e cercare sinergie». Anche perchè, in un contesto in cui gli investitori «non si abitueranno a bassi ritorni», avverte il presidente di Société Générale, Lorenzo Bini Smaghi, «le banche dovranno necessariamente riorganizzarsi».
Facile da dire, un po’ meno da mettere in pratica, concordano gli altri banchieri. Specialmente in una fase in cui la Vigilanza chiede alza l’asticella delle richieste patrimoniali, a maggior ragione in caso di fusioni. Non è un caso che un banchiere come Alberto Nagel, a.d. di Mediobanca, non veda «un consolidamento cross border tra grandi banche, tra banche di prima fascia, nei prossimi 12-18 mesi». «Anche in Italia abbiamo visto che i grandi operatori hanno consolidato i piccoli – dice – ma non sono chiari i vantaggi di una fusione cross border dal punto di vista delle sinergie». Ancora troppe, dice Nagel, sono le «incertezze su regole, capitale, Rwa: molte incertezze e nessun chiaro beneficio in termini di sinergie».
Un ragionamento in linea con quello del numero uno di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, secondo cui un consolidamento cross border tra grandi banche «in teoria è molto importante» anche se «in pratica è molto difficile» da mettere in pratica. «Se non puoi creare sinergie puoi pensare a una fusione cross border ma quando valuti l’operazione dal punto di vista delle sinergie e della creazione di valore non è facile e poi devi pensare ai problemi di regolazione».
Alle domande dei cronisti a margine del convegno, Messina ha poi dato qualche dettaglio in più sul piano industriale che sarà presentato tra febbraio e marzo. Un focus sarà dedicato al fronte assicurativo, in particolare sui danni, su cui Intesa conta di diventare «una delle prime compagnie assicurative in Italia», mentre «sul vita siamo già la numero uno». L’intenzione è di «entrare nel settore protection property and casualty» con un piano in due step: diventare una delle prime compagnie «nei prossimi quattro anni» e «la prima nei quattro anni successivi». Il piano vede da una parte il «rafforzamento della fabbrica di prodotto» e dall’altra «l’assunzione di persone per sostenere il flusso di vendita sulla nostra rete».
Tra i temi trattati nel corso del dibattito anche la Brexit («un elemento positivo per le banche europee», l’ha definito Bob Diamond, numero uno del fondo Atlas; un evento che potrebbe permettere di «aumentare la nostra presenza in modo selettivo, non comprando banche ma sui clienti corporate», ha commentato Messina) ma soprattutto la Cina, paese foriero di rischi come di grandi opportunità, in particolare sul versante della consulenza finanziaria, ha aggiunto Messina, «in particolare se si lavora con banche locali, come possiamo fare noi con Qingdao (di cui Intesa ha circa il 15%, ndr) si possono fare sinergie». «Ogni tre giorni in Cina c’è un nuovo miliardario e il numero totale dei miliardari è ormai superiore a quello che c’è negli Stati Uniti», commenta Sergio Ermotti, ceo di Ubs Group, secondo cui però bisogna fare presto: «le banche locali non stanno ad aspettare noi».

Luca Davi
Gianni Trovati

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